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Schindler's List

11/06/2013 11:00

Martina Calcabrini

Recensione Film,

Schindler's List

Era il 1993 quando Steven Spielberg affrontava i fantasmi del suo passato raccontando il dramma dell'Olocausto

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Cracovia, settembre 1939. L'industriale Oskar Schindler (Liam Neeson), approfittando della guerra in corso, rileva una vecchia fabbrica di pignatte e componenti per auto e la trasforma in una fabbrica di pentolame. Assumendo ebrei, economicamente più convenienti dei polacchi, indirettamente li salva: le SS e il perfido comandante Goeth (Ralph Fiennes), infatti, non possono torturare i suoi operai nè mandarli nei campi di lavoro. Quando inizia lo sterminio, però, Schindler avvia una fabbrica di granate a Brinnlitz e stila una lista di 1.100 ebrei da assumere come manodopera.


Angoscia, paura, desolazione. Ferite che non si rimarginano e solchi troppo profondi per potersi placare. Era il 1993 quando Steven Spielberg, affrontava i fantasmi del suo passato raccontando il dramma dell'Olocausto, realizzando la struggente trasposizione cinematografica del romanzo di Thomas Kenneally.


Lente carrellate laterali introducono lo spettatore in uno scenario devastato, un mondo apocalittico privo di colore, di musica, di pietà. Un universo senza pace in cui l'uomo uccide per presunta superiorità razziale e in cui la pazzia individuale sfocia in violente barbarie, in esecuzioni capitali, in tragedie ingiustificate e ingiustificabili che macchiano i gelidi paesaggi innevati. Testimonianze di vita che, spesso, portano il regista a sposare temi e stilemi caratteristici del documentario e che conferiscono alla pellicola un realismo crudo, estremo e diretto. Il contrasto marcato tra i bianchi e i neri, tra gli esterni illuminati e gli interni bui e desolati e tra l'estrema povertà dei vestiti strappati e rattoppati e l'eleganza delle divise naziste, è magistralmente dosata da Janusz Kaminski, direttore della fotografia, mai troppo imponente nè invasivo. Ad accompagnare la crudezza delle immagini belliche, le note dolenti di John Williams enfatizzano i silenzi, le lacrime amare, le pupille sgranate per il terrore e il dolore muto delle anime private della loro stessa essenza. L'unica vera nota di colore della pellicola è trasmessa dal cappottino rosso di una bambina che, impaurita, si fa strada tra la folla dei cadaveri. Un'innocenza rubata e, tuttavia, energicamente viva, protetta con la forza e con l'astuzia, capace di conferire il vigore necessario a combattere per sopravvivere e, ora più di prima, a non dimenticare. Ecco quindi l'immagine finale di un'ombra, la nostra, che omaggia "l'uomo che salvando una vita, salvò l'umanità intera", dimostrando che c'è sempre posto per un briciolo di solidarietà in un mondo arido e desolato.



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