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Nebraska

20/06/2013 11:00

Valentina Pettinato

Recensione Film,

Nebraska

Quello del regista di Sideways, A proposito di Schmidt e Paradiso Amaro, non è un cinema di effetti speciali, non indossa paillettes, non racconta storie origin

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Quello del regista di Sideways, A proposito di Schmidt e Paradiso Amaro, non è un cinema di effetti speciali, non indossa paillettes, non racconta storie originali: parte dal basso, dal più umano, da quelle vite talmente tanto comuni da nascondersi nel traffico, tra gli avventori di un bar, in mezzo ai rumori della strada. Classi medie americane così magicamente anonime da essere per lo più ignorate dal grande schermo, mentre, come il realismo di Payne insegna, sono anche in grado di trasformarsi in storie stupefacenti, grazie a un superbo lavoro di regia e di fotografia.


Woody T. Grant (Bruce Dern) è un uomo anziano, con manifesti - ma ancora non inguaribili - cenni di squilibrio che, a seguito di una cospicua vincita in denaro promessagli da una pubblicità ingannevole e annunciata per corrispondenza, decide di intraprendere un viaggio verso Lincoln, in Nebraska. Mentre in famiglia la moglie Kate (splendida, adorabile June Squibb) - icona di un certo matriarcato americano - medita seriamente di rinchiuderlo in una casa di riposo, uno dei due figli, David (Will Forte), ormai non ne può più e decide di assecondarlo. Sarà quest'ultimo ad accompagnare il padre a ritirare il premio, e quella che appare come una truffa palese ai danni del povero Woody, riesce addirittura a tramutarsi nella cosa meno peggiore che gli potesse capitare.


Un road movie che percorre diverse piste narrative: quella dell’anima, dei ricordi, dell’età, fino allo stesso punto d’arrivo, il bilancio di una vita. Payne gira, in un malinconico bianco e nero, e in pieno spirito indie, una commedia introspettiva, un delizioso e autoironico racconto sulle debolezze senili, con le quali anche un figlio, prima o poi deve scendere a patti. Lontano dal logorio della vita moderna, Nebraska si serve di dialoghi grotteschi e ironici, personaggi eccessivi e sopra le righe, per arricchire la carica emozionale del film. Sembra una vecchia e polverosa pellicola del passato, di cui preserva il fascino, un racconto irriverente attraverso polaroid monocromatiche. Il viaggio è solo un pretesto: un modo per ignorare il tempo che passa, per continuare a ciondolare, ma con dignità. Attraverso la formula dell'on the road, Payne mette in scena una battaglia familiare senza vincitori né vinti, ma dove si rincorrono solo premi di consolazione. La magnificenza è tutta qui: se in ogni racconto di formazione è il protagonista che, alla fine del viaggio, raggiunge una nuova consapevolezza di sé, qui si parte da un personaggio che sembra essere l’unico, dietro accenni di demenza, perfettamente consapevole di come in realtà stiano le cose. Sono i comprimari, David in particolare, che alla fine della strada impareranno a leggere in un volantino pubblicitario quella promessa di felicità che era in grado di vedere solo un vecchio suonato. Sbiadita, in bianco e nero e a cavallo di un furgone. Ma pur sempre felicità.



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