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Pacific Rim

09/07/2013 11:00

Erika Pomella

Recensione Film, film-fantascienza, pacific-rim,

Pacific Rim

Del Toro omaggia i Kaijū in un colossale blockbuster di fantascienza

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Dopo aver perso l’occasione di dirigere Lo Hobbit, pellicola di cui ha comunque curato la sceneggiatura, Guillermo Del Toro arriva al cinema con Pacific Rim, film che si presenta ad un primo sguardo come l’ennesimo esempio di cinema mainstream fatto di azione al cardiopalma e roboanti effetti visivi volti a catturare l’attenzione dello spettatore. Nonostante questi elementi, facilmente riscontrabili nella diegesi, Pacific Rim si situa in una posizione di privilegio rispetto ai precedenti prodotti sci-fi affacciatisi sul mercato.


I Kaiju, mostri alieni che emergono dalle profondità dell’Oceano Pacifico, mastodontici e all’apparenza imbattibili, sembrano non avere altro scopo che distruggere la Terra e portare l’umanità all'estinzione. Per arginare una distruzione di massa, l’umanità risponde con l’invenzione dei Jaegar, robot dalle dimensioni colossali, guidati da due piloti tramite delle connessioni neuronali. Anni dopo, quando la sconfitta sembra inevitabile e il progetto Jaegar antiquato e obsoleto, il pilota Raleigh Becket (Charlie Hunnam) viene richiamato, per un ultimo, disperato tentativo di rivalsa. A fiancheggiarlo in quest’ultima missione c’è Mako Mori (Rinko Kikuchi), una scienziata assetata di vendetta.


Per secoli l’umanità ha rivolto la sua attenzione espansionistica alla volta celeste, alla ricerca di altri mondi e di altre entità che potessero in qualche modo lenire il sentimento di solitudine. Lungo gli anni della tradizione cinematografica di genere fantascientifico, il pericolo veniva sempre dall’alto: alieni e dimensioni altre arrivavano dalle profondità dell’universo. Pacific Rim distorce questa visione tradizionale, facendo sì che i bad guys giungano non più dalle sfere celesti, ma dagli antri bui dell’Oceano Pacifico, quelle profondità che spesso rimangono avvolte nel mistero, anche agli occhi della scienza più evoluta. E, sebbene non si possa dire che la sceneggiatura di Travis Beachman e dello stesso Del Toro brilli in originalità, è indubbio che già in questo rovesciamento di punti di vista, la pellicola si impegna a diversificarsi dalla mole di prodotti ad alto budget di stampo sci-fi; se da un lato è indubbio che rientri nel caleidoscopio di disaster-movie à la Michael Bay, dall’altro è impossibile non avvertire un serpeggiante senso di autorialità che emerge dalla presenza, quasi ingombrante, del proprio regista. Appassionato di manga e animazione giapponese, con un animo nerd che ben si sposa alla vena fantasy/horror che ha caratterizzato la maggior parte della sua produzione, Guillermo Del Toro ha creato un ricettacolo di omaggi e citazioni, un universo dove gli Angeli di Evangelion incontrano i toni cupi di Lovecraft, passando per tutta un’immensa galleria di mostruosità iconografiche partorite dalla cultura nipponica. Il regista de Il labirinto del fauno ha voluto creare un racconto fantascientifico che poggia le propria fondamenta sull’umanità e le personalità di eroi volenterosi, adagiandoli sulle note di una colonna sonora che esalta l’empatia spettatoriale. Quello che più impressiona è l’interconnessione tra i personaggi, le loro motivazioni e i loro impulsi, così forti che persino i Jaegar finiscono col diventare ombre di quella stessa umanità. Tutto ciò è reso possibile dal reparto degli effetti visivi: un'equipe che ha realizzato un film dalla tecnica impeccabile, a cui si aggiunge uno degli migliori utilizzi del 3D mai visti in ambito cinematografico.


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