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Apache

11/08/2013 11:00

Gabriele di Grazia

Recensione Film,

Apache

Il regista corso Thierry de Peretti esordisce alla regia cinematografica con Apache, film duro che, partendo da un fatto di cronaca nera realmente accaduto nel

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Il regista corso Thierry de Peretti esordisce alla regia cinematografica con Apache, film duro che, partendo da un fatto di cronaca nera realmente accaduto nel 2008 a Porto Vecchio, piccola città collocata nell’estremo sud della Corsica, preda da alcuni anni di una feroce speculazione immobiliare, supera ogni stereotipo regalando un affresco oscuro dell’isola, dagli aspetti sconosciuti ed inquietanti. La pellicola, incaricata di far riflettere lo spettatore sui recenti cambiamenti sociali che stanno sconvolgendo la Corsica e i suoi abitanti, continuamente in bilico tra arcaismo e contemporaneo, è l’ennesima testimonianza dello stato di grazia che sta vivendo da alcuni anni il cinema francese.


In Corsica, durante la stagione estiva, i turisti prendono d’assalto le spiagge e riprendono possesso dei loro costosi alloggi costieri. Nella piccola città di Porto Vecchio, alcuni adolescenti del luogo si aggirano senza meta tra le strade affollate di visitatori occasionali, mal sopportando il fenomeno del turismo di massa che rende il luogo dove sono nati una terra di frontiera, ciclicamente conquistata e poi abbandonata, i cui benefici sono loro preclusi. Una sera, Aziz (Aziz El Addachi) conduce i suoi amici in una villa dove il padre lavora come custode. Dopo aver passato la notte al suo interno, alcuni di loro vanno via portando con sé alcuni oggetti tra cui dei fucili da collezione. Al loro ritorno da Parigi, i proprietari della villa, persone poco raccomandabili, si lamentano del furto con un boss locale di loro conoscenza, innescando un’escalation di situazioni al limite della legalità che condurranno inevitabilmente Aziz ed i suoi compagni di scorribande ad un tragico epilogo.


Al suo primo lungometraggio per il cinema, Thierry de Peretti si dimostra già in possesso di una personale linea stilistica ben definita ed incentrata sulla rappresentazione veritiera della realtà. Per questo gli attori, tutti giovanissimi, sono stati reclutati dallo stesso regista nei luoghi in cui avvenne il fatto di cronaca nera a cui il film si ispira, in modo da poter ottenere da loro un’interpretazione maggiormente consapevole e carica di pathos. Il regista, interessato alla schiettezza degli sguardi e delle movenze dei personaggi, lascia gli interpreti liberi di esprimersi tramite lunghi piani-sequenza che li pongono in stretta relazione con gli oggetti ed i luoghi che li circondano. E proprio l’ambiente, nella maggior parte delle sequenze paludoso, rispecchia lo stato d’oppressione vissuto dai personaggi, ed assurge a vero protagonista della vicenda: forte spartiacque tra due mondi opposti, quello della comunità marocchina, intessuto di tradizioni e riti, e quello più frivolo dei turisti, questo sostrato sociale contribuisce a trasmettere allo spettatore un continuo senso di precarietà, la stessa che permea le azioni dei personaggi, lanciati, a loro insaputa, verso un baratro da cui non potranno fare ritorno. Nonostante la durata esigua della pellicola, de Peretti riesce a confezionare un’opera godibile e dal ritmo sostenuto, che lascia nel pubblico diversi spunti di riflessione sul nostro presente e la realtà storico-sociale in cui viviamo. Lo sguardo in camera dei ragazzi a bordo piscina, presente nell’ultima sequenza del film, è un chiaro atto d’accusa del regista all’essere umano che troppo spesso seppellisce la memoria collettiva per seguire le spietate leggi del denaro.



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