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Sacro GRA

10/09/2013 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Sacro GRA

Per chi non abita a Roma è forse incomprensibile il motivo per cui un regista possa impiegare tre anni della propria vita nel tentativo di trovare materiale uti

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Per chi non abita a Roma è forse incomprensibile il motivo per cui un regista possa impiegare tre anni della propria vita nel tentativo di trovare materiale utile per un documentario sul Grande Raccordo Anulare, il percorso stradale che circonda Roma, e che era già diventato protagonista in alcune esibizioni parodistiche di Corrado Guzzanti. Alla 70° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia Gianfranco Rosi porta un documentario su questa realtà circoscritta alla capitale, che il regista descrive come qualcosa di simile ad un anello di Saturno. Questo perché il GRA non è solo una strada da percorrere; esso è una sorta di entità astratta che può maledirti o giovarti a seconda dei capricci del destino.


Tradizionalmente, parlando di GRA, si parla di ingorghi, di file chilometriche che dividono lo sventurato automobilista dalla meta desiderata. È un girone infernale che appare senza fine, nella sua struttura ciclica di 33 uscite, quasi a richiamare la forma dantesca della Divina Commedia. Eppure Gianfranco Rosi ha scelto di non trattare nessuno degli aspetti più negativi della A90, considerando il GRA piuttosto come un nastro che collega realtà tra loro lontane e vicine al tempo stesso. Perché Roma può essere un mostro tentacolare che divide e abbandona, ma il Raccordo Anulare stringe tutti in un abbraccio.


Scegliendo come propri attori uomini e donne reali, ma rappresentandoli comunque davanti ad un obiettivo che ne falsa la realtà, Rosi pone l'attenzione della macchina da presa su esseri umani che per un motivo o per l'altro hanno a che vedere con il Raccordo. C'è il nobile decaduto che, per arrotondare, è costretto ad affittare il proprio maniero per i fotoromanzi; c'è l'esperto di anguille che commenta le notizie dei quotidiani contrapposto all'esperto botanico che tenta di salvare le sue amate palme; il parodico che percorre la strada nell'ambulanza, in un continuo incubo ad occhi aperti e infine una piccola famiglia composta da una figlia che non stacca gli occhi dal pc e un padre fisso alla finestra, a commentare il mondo circostante. A fare da sfondo ci sono i rumori e i colori sullo sfondo romano. Premiato con il Leone d’Oro al festival di Venezia Sacro GRA è un documentario ben girato, ma che risente di una forte aurea da esercizio stilistico: ad emergere è infatti la compiacenza stessa del regista, che in qualche modo schiaccia e annulla i personaggi messi in campo. Allora il Raccordo Anulare diviene solo un nome ripetuto tra le tante parole proferite, un mero pretesto per parlare d’altro. Peccato, però, che questo “altro” molto spesso sfugga allo spettatore, in uno spettacolo discontinuo e didascalico, dove a venir meno è quella partecipazione se non altro sociale e/o culturale che risulta necessaria ad ogni buon operazione documentaristica.



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