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Anni Felici

09/10/2013 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Anni Felici

Durante l'estate del 1974 l’Italia è travolta dal turbinio di un'epoca di trasgressione a tutti i costi e colori sopra le righe, dove gli individui vogliono fer

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Durante l'estate del 1974 l’Italia è travolta dal turbinio di un'epoca di trasgressione a tutti i costi e colori sopra le righe, dove gli individui vogliono ferocemente emergere dalla massa. Tra questi c’è Guido (Kim Rossi Stuart) un artista che cerca in ogni modo di ritagliarsi uno spazio come pittore/sculture d’avanguardia, sempre controcorrente. Le sue mani affondano nei colori e nella carne delle modelle che utilizza per i suoi tableaux vivants. Gesto, questo, che fa ingelosire sua moglie Serena (Micaela Ramazzotti) che, bistrattata dalla famiglia di lui che non voleva per Guido un matrimonio con una donna di ceto inferiore, sembra non avere altra aspirazione che portare felicità a tutti. Ma la petulanza di Serena è quasi ossessiva e viene usata da Guido come alibi per non riuscire ad essere l’artista che vorrebbe. Tutto questo si riflette negli occhi dei figli della coppia, Dario (Samuel Garofalo), voce narrante della vicenda, e Paolo (Niccolò Calvagna).


Dopo Mio fratello è figlio unico e La nostra vita, Daniele Luchetti torna a posare il proprio sguardo cinematografico su una vicenda familiare. La novità dell’operazione risiede nell’elemento più intimo di Anni Felici: è, infatti, un film autobiografico che cela le connessioni con la realtà, presentandosi allo spettatore come prodotto di fiction. Ma le radici dello script vanno ricercate nell’infanzia del regista, in quegli anni ’70 che egli stesso ha vissuto al fianco di due genitori liberi e indipendenti. L’occhio della cinepresa è attento ai dettagli dell’epoca, che non si palesano più solamente attraverso l’uso di una colonna sonora studiata ad hoc, ma anche grazie ai dettagli: gli abiti a fiori dai colori accessi, i rullini che ormai sono scomparsi dai nostri supermercati, o i programmi televisivi. Perché è indubbio che proprio quegli anni di rivoluzione e reinvenzione (anche sessuale, nel caso del femminismo) sono uno dei protagonisti della storia, una sorta di personaggio aggiunto che dà concretezza alle connessioni tra i volti messi in scena.


Non si può negare che a farla da padrone in Anni felici sia l’arte stessa, intesa in ogni sua sfaccettatura e che, nel film, diventa simbolo di un bisogno di libertà che ben si sposa all’aspirazione ad essere felici. Libertà e felicità sono allora i due estremi di questo racconto nostalgico, a cui danno il volto Kim Rossi Stuart e Micaela Ramazzotti: tanto bisognoso di libertà espressiva lui, quando dipendente dall’idea della felicità lei. E se l'attrice non riesce ancora del tutto ad uscire dalla mimica interpretativa in cui sembra essere scivolata nelle sue ultime pellicole, l'attore romano regala al pubblico l’ennesima prova del suo enorme talento. Tra questi due genitori assenti, dove la passione dei rapporti carnali si alterna a glaciali liti di gelosia, i due figli più piccoli diventano testimoni, ostaggi quasi di un’età adulta ancora in via di definizione.



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