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Aspirante Vedovo

10/10/2013 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Aspirante Vedovo

Nel 1959 Dino Risi portò sul grande schermo una pellicola destinata, negli anni, a diventare una vera e propria pietra miliare nel cinema italico...

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Nel 1959 Dino Risi portò sul grande schermo una pellicola destinata, negli anni, a diventare una vera e propria pietra miliare nel cinema italico. Nei decenni successivi Il Vedovo divenne una sorta di manifesto ante litteram, un mostro sacro inattaccabile che parlava degli anni del boom economico, della voglia di riemergere di un imprenditore qualsiasi. Alberto Nardi, che più di cinquant’anni fa aveva le fattezze dell’eroe tragicomico Alberto Sordi, era un imprenditore romano con velleità di successo, che si vedeva sempre oggetto di scherno dalla moglie Elvira, un’indimenticabile Franca Valeri. Sebbene abbia più volte dichiarato di non aver voluto fare in alcun modo un remake, Massimo Venier trae una forte ispirazione dal film di Risi, scegliendo Fabio De Luigi e Luciana Littizzetto come protagonisti del suo Aspirante Vedovo. E lo fa a suo rischio e pericolo.


Alberto Nardi è un imprenditore milanese tanto bravo a parole quanto poco nei fatti. Mentre sogna il successo, Alberto deve fare i conti con sua moglie Susanna, vero squalo della finanza italiana, business woman di successo, dall’anima glaciale e un temperamento di difficile sopportazione. Il che porta Alberto a non essere altro che un fantoccio incompetente nelle mani della moglie. Tutto cambia quando, a seguito di un incidente aereo, Alberto crede di essere diventato finalmente vedovo, e di avere dunque la libertà di agire come meglio crede. Non immagina che Susanna non sia mai salita sull’aereo incriminato e che sia dunque pronta a tornare, più agguerrita che mai.


Aspirante Vedovo non è un cattivo film, a patto però che non si perda tempo a paragonarlo con l’inarrivabile antecedente. Perché se è vero che i paragoni non fanno mai bene all’arte cinematografica, è altrettanto comprovato che fare un remake il più delle volte sia un’azione fallimentare. Sebbene la risata non emerga laddove sarebbe opportuna, e i personaggi manchino di una verve che possa far scaturire una qualsiasi forma di empatia, la pellicola di Venier si presenta con una confezione più che dignitosa, una regia solida e un cast che, seppure non brilli certo per estro interpretativo, di certo svolge il proprio lavoro con professionalità. Il vero problema di Aspirante Vedovo è la mancanza di personalità, un lento scivolare nell’insipidità drammaturgica. Nonostante la durata tutt’altro che eccessiva, la pellicola di Venier disorienta lo spettatore per il suo voler parlare di tutto e di niente. La chiara intenzione di denuncia sociale, che mira a quegli imprenditori di oggi che non si fanno scrupoli, agendo dietro tante belle parole infiocchettate, diventa quasi un mero esercizio di retorica. A mancare è la metafora, il collegamento tra fiction e realtà. Ciò che viene portato in scena, allora, non è più una “favola” utile a far emergere una morale, quanto una lezione socio-culturale a cui è stata attaccata una trama per far avanzare la narrazione. Il risultato finale è un film a tratti godibile, ma che finisce nel dimenticatoio ancor prima che l’ultimo titolo di coda sia passato sullo schermo nero.


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