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Una piccola impresa meridionale

20/10/2013 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Una piccola impresa meridionale

Nel 2010 Rocco Papaleo esordiva dietro la macchina da presa con il pluripremiato e pluriacclamato Basilicata Coast to Coast, un roboante viaggio on the road, fa

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Nel 2010 Rocco Papaleo esordiva dietro la macchina da presa con il pluripremiato e pluriacclamato Basilicata Coast to Coast, un roboante viaggio on the road, fatto di equivoci, gag e relazioni interpersonali destinate a lasciare il segno. A tre anni di distanza, l’attore di Nessuno mi può giudicare tenta il bis, portando sullo schermo il suo stesso romanzo Una piccola impresa meridionale, di cui ha scritto anche la sceneggiatura insieme a Valter Lupo.


Costantino (Rocco Papaleo), vergognandosi della sua rinuncia agli abiti parrocchiali a causa di una donna, accetta di farsi “rinchiudere” da sua madre Stella (Giuliana Lojodice) nel vecchio faro ormai fuori uso. Qui Costantino trova anche Arturo (Riccardo Scamarcio), lasciato dalla sorella di Costantino Rosa Maria (Claudia Potenza), e un’avvenente prostituta, Magnolia (Barbara Bobulova), sorella di Valbona (Sarah Felberbaum), che altri non è se non la donna delle pulizie di Stella. In questo microcosmo ai confini del mare, i personaggi si trovano ad interagire tra loro, in una girandola di colori del Sud e situazioni grottesche. Mentre il tetto del faro rischia di cadere, i suoi inquilini si troveranno a dover accogliere un numero sempre maggiore di personaggi, tra amori saffici e sentimenti appena nati.


Con Una piccola impresa meridionale Rocco Papaleo dipinge un microcosmo corale, dove i diversi personaggi interagendo tra loro, ricostruiscono se stessi proprio attraverso questi rapporti quasi casuali. Gli abitanti del vecchio faro si sono viste distruggere il proprio mondo: Costantino ha rinunciato ai voti per amore di una donna, e l’abbandono di una donna è ciò che ha reso Arturo una sorta di paria nel paesino del Sud, dove ormai si vergogna a mostrare il proprio volto. Tutti i personaggi, costruitisi una vita, un’identità, in esse avevano riposto la loro fiducia. Così, quando si ritrovano come segregati in uno sperduto angolo di mondo, sono in realtà caratteri lasciati a metà, che mostrano ancora le cicatrici del crollo delle proprie credenze. Ecco allora che, molto lentamente, con qualche sospetto, quando decidono di aprirsi l’uno con l’altro, nell’atto metaforico di ricostruire un tetto, stanno in realtà decidendo di riaprirsi alla vita, ricostruendosi una nuova identità. Tutto questo è reso da Papaleo – soprattutto nella prima parte della pellicola – con un tocco sagace e un’ironia quasi svogliata e per questo decisamente naturale, che strappa più di una risata. Le situazioni in cui i protagonisti si trovano invischiati assumono le sembianze di un carnevalesco viaggio dell’Io, caratterizzato soprattutto da equivoci e aneddoti. Man mano che la diegesi avanza, tuttavia, il brio della prima ora si disperde e Papaleo spinge fin troppo sull’acceleratore, ponendo fine frettolosamente al proprio racconto, come se avesse paura di perdersi lungo il tragitto della narrazione. Ed è un peccato.



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