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Venere in pelliccia

29/10/2013 12:00

Valentina Pettinato

Recensione Film,

Venere in pelliccia

Polanski torna dietro la camera da presa ancora una volta con l’adattamento di una piece teatrale...

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Polanski torna dietro la camera da presa ancora una volta con l’adattamento di una piece teatrale. Dopo il successo di Carnage, Venere in pelliccia - tratto dall'opera di David Ives, a sua volta ispirato all’omonima novella di Leopold von Sacher-Masoch del 1870 - continua la fortunata serie di pellicole monolocation argute e brillanti che esaltano le performance sceniche degli splendidi attori protagonisti.


Thomas (Mathieu Amalric) è un regista teatrale alle prese con l’allestimento della sua opera prima. Scoraggiato dall’esito delle audizioni per il ruolo della protagonista, proprio mentre sta per lasciare il teatro si imbatte in Vanda (Emmanuelle Seigner). A prima vista è solo una donna grottesca, dai modi un po’ volgari, che aspira come tante ad avere la parte. A nulla valgono i tentativi del regista di liquidarla con poche battute: Vanda non solo riuscirà a strappargli un provino ma, illuminata dalle luci sceniche, subirà una meravigliosa metamorfosi che gradualmente la consacrerà quale donna ideale nelle cui mani l’Onnipotente consegnerebbe l’uomo per punirlo.


Il palcoscenico, chiodo fisso di gran parte della filmografia polanskiana, diventa strumento di un perverso gioco psicologico tra piano del reale e piano della finzione. Tra continui e coraggiosi simbolismi si inscena una storia che seduce, ipnotizza, incanta. In questo decadente teatro di Parigi, si respira la frustrazione, l’angoscia e gli spettri dell’anima del protagonista, che tenta di allestire un nuovo spettacolo mentre le scenografie di quello precedente sono ancora sul palco. Proprio mentre si ha la sensazione che il regista butti all'aria le sue ambizioni, ecco entrare Vanda, colei che porta lo stesso nome della protagonista dell'opera. Potrebbe essere un segno, ma la donna non ha nulla da offrire per il ruolo. Ma quando tocca la consolle delle luci, indossa gli abiti di scena e sale sul palco, tutto diventa perfetto, ordinato, ogni cosa trova il giusto posto. Lentamente inizia una seducente sinfonia per due, che scandisce il ritmo della narrazione. Ma l’ordine è destinato a durare poco: il regista diventa attore, poi uomo. Poi passato, presente e futuro, demiurgo e vittima della sua stessa creazione. Vanda è prima una donna che implora una parte, poi diventa la protagonista ideale, fino a essere quasi accettata come co-regista della storia. E non solo, Vanda si mostra per quello che è: la Venere che tiene in pugno la situazione sin dall’inizio. Venere in pelliccia è un capolavoro in costante divenire. Maieutica delle forme stilistiche, osmosi costante tra finzione e realtà. Superbo il lavoro sulla colonna sonora, ancora una volta di Alexandre Desplat (già autore dei precedenti L’uomo nell’ombra e Carnage) che accompagnando le performance degli artisti aiuta lo spettatore a percepire gli snodi narrativi tra i vari piani come morbidi, piacevoli, stretti in un unico abbraccio claustrofobico. Il cinema di Polanski non delude: sul palcoscenico ciò che si verifica è un processo di destrutturazione dei ruoli in cui uomo e donna capovolgono le loro fasi di potere come nella novella di Leopold von Sacher-Masoch. L'annientamento degli schemi e la demolizione delle regole diventano possibili e reali: come il teatro che diventa cinema, un regista attore, una donna dea, un uomo donna, un palcoscenico realtà. E Almaric che diventa Polanski.



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