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La variabile umana

30/10/2013 12:00

Erika Pomella

Recensione Film,

La variabile umana

L’ispettore Monaco (Silvio Orlando) viene chiamato ad indagare sulla morte di Ulrich, un potente costruttore che, con l’età, ha sviluppato un amore per la droga

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L’ispettore Monaco (Silvio Orlando) viene chiamato ad indagare sulla morte di Ulrich, un potente costruttore che, con l’età, ha sviluppato un amore per la droga – in particolar modo la cocaina – e le belle ragazze minorenni. Il caso reclama l’attenzione di molti personaggi potenti che fanno pressione sull’ispettore affinchè faccia bene il suo mestiere. Da tre anni, però, Monaco cerca in qualsiasi modo di rapportarsi con le persone e vive da recluso nel proprio ufficio. Ad aiutarlo in queste indagini, tuttavia, c’è Levi (Giuseppe Battiston), allievo dell’ispettore e vecchio amico. Così, mentre Monaco se la deve vedere con l’elaborazione del lutto per la morte della moglie, il caso si infittisce, portando alla luce situazioni polverose e personaggi, come Linda (Alice Raffaelli), figlia dell’ispettore stesso, che nasconde un segreto che potrebbe rimettere tutto in gioco.


Protagonista assoluta di La variabile umana, film a metà strada tra il thriller e il noir, è senza dubbio la città di Milano dove la storia è ambientata. Con una fotografia nitida seppur ombrosa – curata da Renaud Personnaz - Bruno Oliviero, con la sua esperienza documentaristica, dipinge una città oscura, quasi infernale. Sferzato dalla pioggia, il capoluogo lombardo è ridotto a luogo di perdizione dove tutti hanno un segreto e un destino nefasto contro cui si può anche combattere, ma dal quale però non si può mai fuggire totalmente. Tra le luci al neon dei negozi e l’asfalto che riluce della luminosità notturna, è proprio la descrizione di questa specie di paese dei balocchi al contrario che porta La variabile umana a raggiungere apici molto alti che illudono lo spettatore sulla qualità generale della pellicola, dall'inizio esaltante - con la macchina da presa che spia tra pioggia e vetri appannati - per poi perdersi nei meandri di una sceneggiatura lacunosa e confusionaria. Con la collaborazione di Doriana Leondeff e Valentina Cicogna, Bruno Oliviero confeziona un film che si palesa soprattutto attraverso la sua natura di opera fortemente incompiuta. Il regista si dimostra incapace di gestire tutti i nodi narrativi che ha intrecciato lungo la diegesi; persino il caso che dà il via alla storia finisce col diventare uno schizzo appena accennato, reso confusionario da un contorno drammaturgico - personaggi con problemi personali - che appesantisce il racconto invece di renderlo più omogeneo e scorrevole. Questo perché, proprio come non viene data alcuna importanza al caso investigativo, allo stesso modo le vicende dei personaggi mancano di un qualasiasi approfondimento, rimanendo ancorati alla propria natura di semplici macchiette.



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