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I'm a cyborg, but that's ok

04/11/2013 12:00

Carlo De Sanctis

Recensione Film,

I'm a cyborg, but that's ok

Il successo ottenuto da Park Chan-wook con i suoi tre vengeance movie non ha avuto solo effetti positivi...

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Il successo ottenuto da Park Chan-wook con i suoi tre vengeance movie non ha avuto solo effetti positivi. Regista dagli stilemi dispotici ed estremi è l'etichetta affibbiatogli da una grossa fetta di pubblico. Una visione del suo cinema distorta, che prova a rivendicare cambiando registro attraverso l'uso di tematiche squisitamente leggere ed edulcorate. I'm a cyborg, but that's ok è una commedia di transizione che fa presa sul pubblico adolescente, con degli attori come Su-Jeong Lim e Jeong Ji Hoon che non solo possiedono il pysique du role adeguato al personaggio interpretato, ma forniscono egregiamente anche una prova di notevole spessore.


Cha Young-Goon (Su Jeong-Lim) è una psicotica convinta di essere un organismo cibernetico. Portata in manicomio per ovvi disturbi bipolari, conosce Park Il-Soon (Jeong Ji Hoon), un cleptomane che si appropria di personalità altrui perchè ha il terrore di scomparire. L'intenzione di Young-Goon è riuscire a convincere Il-Soon a rubarle la sua compassione per poter riuscire ad uccidere tutto il personale dell'ospedale psichiatrico che in passato ha fatto rinchiudere sua nonna perchè mangiava rafani, in quanto convinta di essere un topo.


La voglia di sperimentare del cineasta coreano non ha confini: in I'm a cyborg, but that's ok plasma un microcosmo manicomiale di infinita originalità utilizzando scenografie da favola, curate nel minimo dettaglio con colori brillanti e tonalità splendenti. Per mezzo di una regia colma di invenzioni visive e inquadrature studiate in maniera ossessiva, crea un film in grado di saturare occhi e cervello, sia per la complessità visiva che per le impegnative tematiche trattate. I protagonisti sono pazienti con patologie improbabili, disordini psicologici e alimentari, incapaci di farsi accettare da una società ormai egoista, orientata soltanto verso la produzione. Una critica sociale che il regista addolcisce incastrando nella struttura narrativa una storia d'amore delicata, che può nascere solo dall'isolamento dalla società e dai luoghi comuni. In maniera paradossale, il manicomio offre la possibilità ai due innamorati di arrivare ad una felicità fittizia. Per veicolare il mood più indicato alla sua visione, Park Chan-wook si serve di musiche bizzarre dalle sfumature classiche, con un po' di yodel svizzero in lirica coreana: nel suo intimo universo c'è ancora qualcuno che riesce a sorridere, nonostante gli obiettivi egoistici ed economici della società sudcoreana.



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