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Il terzo tempo

22/11/2013 12:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Il terzo tempo

Samuel (Lorenzo Richelmy), cresciuto nelle borgate di Roma con una madre tossicodipendente, entra ed esce dal riformatorio per piccoli reati e aggressioni...

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Samuel (Lorenzo Richelmy), cresciuto nelle borgate di Roma con una madre tossicodipendente, entra ed esce dal riformatorio per piccoli reati e aggressioni. Dopo aver scontato l'ennesima reclusione, viene affidato ad un programma di riabilitazione presso un’azienda agricola di un piccolo paese di provincia, sotto l’egida di Vincenzo (Stefano Cassetti), assistente sociale sul ciglio della depressione che si divide tra la figlia adolescente Flavia (Margherita Laterza) e l’impegno di allenatore nella squadra locale di rugby. Samuel si adatta con difficoltà alle nuove regole imposte da Vincenzo, ma sarà l’incontro con il mondo del rugby a fare scoprire al ragazzo un’altra possibilità.


Sull’onda del recente entusiasmo italiano per il rugby (che segue a ruota quello ben consolidato del resto d’Europa), Enrico Maria Artale – Nastro d’argento per il corto Il respiro dell’arco (2012) – trae il suo primo lungometraggio, presentato nella sezione Orizzonti del Festival del Cinema di Venezia. Una storia di sport e vita, di riscatto sociale e scoperta dei valori dell’ambizione e della reciproca condivisione, attraverso la metafora della competizione e della disciplina sportiva.


Il “terzo tempo” che dà il titolo al film è nel rugby il momento che segue la partita vera e propria, quello in cui le due squadre si trovano raccolte in un'unica situazione di convivialità e amicizia, in cui la competizione si annulla. Il terzo tempo è ciò su cui il giovane regista Enrico Maria Artale costruisce una metafora sportiva di non particolare originalità ma di impatto soprattutto sui più giovani ai cui il film inevitabilmente si rivolge. Dopo una vita di lotte arriva infine per Samuel, ragazzo di borgata destinato ad un’esistenza turbolenta, il momento di fare pace con sè stesso, di accettare i fallimenti e di prendere atto dei propri successi per prepararsi alla sfida successiva. E il rugby, con la sua ferrea disciplinazione dell’aggressività, è lo sport adatto ad offrire una seconda chance. Artale dirige una pellicola non particolarmente innovativa per idee e spunti, una revenge story che passa dallo sport per raccontare il contrasto fra mondi differenti in cui non manca, ovviamente, la storia d’amore fra opposti che si attraggono, l'allenatore guru, il protagonista tormentato. Nonostante la trama del film possa apparire piuttosto ordinaria, l’esordiente regista sfoggia non solo un’ottima conoscenza della tecnica cinematografica - ben sfruttata soprattutto nelle sequenze agonistiche - ma anche delle strutture della narrazione, messe in campo in una sceneggiatura semplice, scritta con Francesco Cenni, Alessandro Guida e Luca Giordano, che ha ritmo e il tono di un teen drama. La scelta di un cast che alterna volti noti come Stefania Rocca, Edoardo Pesce e Stefano Cassetti a interpreti meno celebri ma amatissimi in tv, come il protagonista Lorenzo Richelmy o Margherita Laterza, coinvolge soprattutto il pubblico che segue il cinema italiano e sa riconoscere i suoi protagonisti.



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