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C'era una volta a New York

26/12/2013 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

C'era una volta a New York

Una storia al femminile che poggia sul premio Oscar Marion Cotillard

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1920. Dopo un lungo viaggio in nave dalla Polonia, Ewa (Marion Cotillard) e sua sorella Magda (Angela Sarafyan) arrivano a New York per cominciare una nuova vita. Ma a Ellis Island le due sorelle vengono separate: Magda finisce in quarantena dopo aver contratto la tisi ed Ewa – confusa e sola – viene notata da Bruno (Joaquin Phoenix), potente sfruttatore che la avvia alla prostituzione. Quando ormai ogni speranza sembra perduta, Ewa conosce Orlando (Jeremy Renner), affascinante prestigiatore, nel quale la donna ripone l’ultima possibilità di fuggire dal proprio destino infelice.


L’idea è quella di raccontare come una nazione giovane e vorace come gli Stati Uniti di inizio secolo fagocitasse i più deboli e incauti immigrati provenienti dall’Europa colmi di speranza e povertà. Lo spunto è il ritrovamento, da parte del regista James Gray, fra vecchie carte di famiglia, di alcune foto scattate da suo nonno nel 1923, al proprio arrivo a Ellis Island da Ostropol, in Ucraina. Dopo il noir, il thriller e il sentimentale, James Gray – giunto al quinto film da regista dopo una collezione di premi cinematografici fra cui spicca un Leone d’argento d’esordio per Little Odessa – si cimenta con il melò storico di impronta vagamente nostalgica, seppiato quanto basta dalla fotografia sentimentale di Darius Khondji, ispirata ai dipinti di George Bellows, alle fotografie di Carlo Mollino e ai film di Robert Bresson. C'era una volta a New York (titolo ruffiano che sostituisce nella versione italiana il più autentico originale The Immigrant) è una pellicola che tira le somme all’interno della produzione di Gray. Il racconto, lontanamente autobiografico, di una giovinezza strappata all’est Europa e trascinata nella grande New York. Una storia al femminile che poggia sul premio Oscar Marion Cotillard, circondata di un’aura malinconica e sensuale.


Sulle note di Puccini e Wagner, James Gray dirige il suo primo film in costume con la dignità e il tono aulico di un melodramma scritto – con la collaborazione di Ric Menello – come un romanzo d’altri tempi ma coerentemente collocato, sulla scia delle opere precedenti, sul tema della differenza fra classi, dell’ascesa del povero e della caduta del ricco. C'era una volta a New York costituisce nella produzione di Gray un tassello particolarmente interessante per contaminazione di generi e motivi, specie dove il noir incrocia il romantico. L’impianto tragico della pellicola, un triangolo amoroso avvincente e distruttivo, si fa forte nelle interpretazioni dei tre protagonisti: più ancora di Ewa (in partenza affascinante ma presto risolta in una ripetitiva prevedibilità) è il Bruno di Joaquin Phoenix a ispirare ancora una volta al regista un personaggio fatto di ombre e spiragli di luce; attorno a lui èuò ruotare l’elegante interpretazione di Jeremy Renner. Al suo quarto film da protagonista con James Gray, Joaquin Phoenix si cimenta di nuovo in un ruolo scomodo e sfaccettato che racchiude in sé il fascino della pellicola stessa: un mondo feroce di cui, se non si è carnefici, si diventa vittime. James Gray si ispira a tutto ciò che in precedenza è stato diretto sul tema dell'emigrazione, da Sergio Leone a Martin Scorsese: cura tanto la parte storica quanto la resa visiva e, pur incappando in qualche stereotipo e in un eccessivo sentimentalismo - soprattutto sul personaggio della Cotillard, leggermente squilibrato fra la femme fatale e la traviata – riesce a realizzare un film grandioso per costumi e scenografie, un dramma di miseria e sentimento che in qualche picco ricorda i capolavori del cinema classico.


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