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Tir

30/12/2013 11:00

Davide Stanzione

Recensione Film,

Tir

Alberto Fasulo parla del suo protagonista come di un Ulisse, un uomo che ritiene il dovere più importante del piacere...

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Alberto Fasulo parla del suo protagonista come di un Ulisse, un uomo che ritiene il dovere più importante del piacere. Lui, Branko Zavrsan, ex professore croato divenuto camionista per necessità ma costretto adesso a lavorare lontano dalla famiglia, vive infatti in una perenne condizione di viaggio. Così facendo guadagna tre volte tanto rispetto al suo passato professionale, ma l’alienazione cui la sua nuova attività lo condanna raggiunge vette giorno dopo giorno più insostenibili. Una dimensione irreale, schiavizzante e sempre più svuotata da ogni senso, che spinge la vita di Branko nel grigio e indistinguibile anonimato di una reiterazione continua: di strade, spazi, situazioni, caselli, dialoghi, perfino sentimenti. Le telefonate con la compagna insinuano il sospetto di una distanza da cui non c’è scampo, di uno scollamento dovuto all’impossibilità di un rapporto concreto. Branko se vogliamo è un Ulisse degradato, incatenato alla peregrinazione coatta e all’incapacità di entrare in contatto in maniera tattile col mondo fuori. Non c’è multiforme ingegno o lume di speranza che filtri attraverso una breccia, nei suoi giorni: solo la ripetizione, meccanica e mortificante, di gesti identici. Branko è venuto in Italia per avere una possibilità. E l’ha avuta. La sua Itaca, però, forse è perduta per sempre.


Tir di Alberto Fasulo non parla solo di non luoghi ma anche di una non vita, umiliata al cospetto del paradosso e della spersonalizzazione. Quanto c’è di etico, in tutto questo? Quant’è morale una scelta che, al di là della ragione dell’utile, ti forza a vivere in questi termini? Fasulo sembra chiederselo dentro a ogni inquadratura, dentro a ogni indugio protratto all’inverosimile. Il suo è un documentario per molti versi tradizionale, un esempio cristallino di cinema del reale che all’altare del vero si immola sacrificando e consacrando tutto se stesso. Che Branko sia davvero come lo vediamo sullo schermo non possiamo non percepirlo (anche se non è vero, non del tutto), tanta è l’immediatezza grezza con cui Tir si attacca a questo brandello di vita vissuta. Senza sociologismi, ma con la volontà di fare di questa singola parabola umana un simbolo degli aspetti più distorcenti e biechi del nostro contemporaneo. La parola attore, in questo caso, non può che andare tra virgolette, sottolineando in modo politico i limiti della fiction, come per l’appunto si faceva una volta. La voce della moglie di Branko è quella di un’attrice e qualcos’altro, nel film, non può non richiamare per forza di cose l’immaginario del cinema di finzione. Com’è ovvio, nel momento in cui si piazza una macchina da presa e si genera un profilmico. Ma l’afflato in questo caso, per intenti e prese di posizioni, rema in direzione opposta. La staticità prolissa e sbrodolata di Tir è mimesi ideale delle parti noiose tagliate, in un film che può non essere contemplativo, non può non presentarsi al mondo in questa forma. Branko, che per inciso è un attore vero (è apparso in No Man’s Land di Denis Tanovic e Rosencrantz e Guildenstern sono morti di Tom Stoppard), deve portare sulle sue spalle la sfida di essere, come si è brillantemente detto e scritto, un “attore senza recitare”. Ecco allora profilarsi all’orizzonte la sfida colossale di diventare camionista per davvero durante sei lunghi estenuanti mesi di privazioni e dolore, di sudore e sangue, per abbracciare la solitudine della strada con la sola compagnia dell’amico Maki. Per fare uscire la realtà dalla porta e farla rientrare, come si suole dire, dalla finestra.


Tir procede in linea retta, non ha la coralità e la poliedricità di racconto rivoluzionaria per il documentario (non importa se del tutto riuscita) di Sacro Gra. È pertanto molto più conformato nelle scelte, privo di circolarità e uguale dall’inizio alla fine. Il film non ha picchi, non ha accensioni d’alcun tipo, inizia come finisce, galleggia nei toni spenti e decomposti di una tragedia silenziosa, di una vita che diventa operatività animalesca senza possibilità di conforto e che, lentamente e commoventemente, si sfalda. I paragoni col film di Rosi sono allora tanto inevitabili, vista la contemporanea vittoria di Sacro Gra a Venezia alla quale Tir va idealmente a sovrapporsi, quanto superficiali e riferibili alla sola facciata. Peccato però che film come questi sembrino urlare a gran voce l’urgenza di bypassare le apparenze della forma (e dei generi) per accedere alla polpa segreta e irrinunciabile di ciò che vi soggiace. Rendendola, proprio per questa ragione, una barriera fondamentale e da prendere doverosamente in considerazione, oltre la dittatura dei contenuti che affollano in modo deleterio i dibattiti culturali di quart’ordine.


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