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We Are What We Are

09/01/2014 12:00

Martina Calcabrini

Recensione Film,

We Are What We Are

Quando la signora Parker (Kassie Wesley DePaiva) muore improvvisamente, le sue giovani figlie Iris (Ambyr Childers) e Rose (Julia Garner) si prendono cura dell'

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Quando la signora Parker (Kassie Wesley DePaiva) muore improvvisamente, le sue giovani figlie Iris (Ambyr Childers) e Rose (Julia Garner) si prendono cura dell'affranto padre Frank (Bill Sage). La calma della contea di Delaware, nel frattempo, viene sconvolta dall'arrivo di una tempesta che trasporta in città alcune ossa apparentemente umane. Il Dottor Barrow (Michael Parks) inizia ad indagare sulla misteriosa sparizione di numerose ragazze...


Dopo essersi fatto conoscere nel panorama internazionale con pellicole come Stake Land e Mulberry Street, il regista Jim Mickle torna in cabina di regia per realizzare We Are What We Are, rabbioso e sanguinario remake della pellicola messicana Somos lo que hay di Jorge Michel Grau. Tinte oscure, venti gelidi e vortici di fango e ghiaia si impossessano della vita degli annoiati abitanti del Delaware. Una brutale tempesta ne sconvolge gli equilibri e il terreno porta alla luce i piccoli, oscuri, segreti che tutti credevano ormai dimenticati. La pioggia torrenziale invece di purificare gli uomini dal peccato, ne scioglie il trucco e ne svela le maschere, denunciandone le identità fittizie e pirandelliane. Risolvendo lentamente gli enigmi dei personaggi, l'acqua si rivela la vera protagonista dell'opera, il deus ex machina, l'unica presenza ossessivamente costante in quasi tutte le inquadrature. Essa, infatti, pervade il paesaggio, lo manipola e lo aizza contro gli umani con l'intento di distruggerli. La foresta incantata diviene, così, la cinta muraria di una prigione, la casa, che ingloba la famiglia Parker e la isola da qualsiasi altro essere vivente. Le rigide tradizioni familiari, ricorrenti sin dal 1782, vi gettano contro un'ombra selvaggia, prepotente e ostile che, come un vero e proprio boogeyman, si nutre delle paure dei personaggi e ne trae forza e vigore. Jon Mickle effettua buoni virtuosismi registici utilizzando movimenti di macchina che, seppur lontani dai consueti, adrenalinici ritmi di genere, seguono ossessivamente i protagonisti rendendoli succubi di un destino oscuro e perverso. Non hanno alcuna speranza di salvezza, lo sanno bene: come i protagonisti verghiani del Ciclo dei Vinti, nessuno può sfuggire al proprio destino poichè intrappolato nella sua classe sociale.



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