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Stalingrad

27/01/2014 12:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Stalingrad

La più grande innovazione degli ultimi anni si conferma una tridimensionalità che, se all'inizio sembrava utile solo a far divertire lo spettatore con la sensaz

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La più grande innovazione degli ultimi anni si conferma una tridimensionalità che, se all'inizio sembrava utile solo a far divertire lo spettatore con la sensazione di andare incontro ad oggetti volanti non identificati, è finita - nel migliore dei casi - per ricreare uno spazio avvolgente, concreto, caratterizzato da una profondità di campo che porta in primo piano gli attori e i personaggi, dando loro una posizione nel mondo molto più realistica di quanto si osasse immaginare in passato. Da James Cameron con il suo Avatar, fino agli ultimi esperimenti di Peter Jackson con Lo Hobbit, il cinema si è avvicinato di un ulteriore passo alla realtà assottigliando i confini tra le due dimensioni. Sorprendentemente, però, uno degli esempi più completi e affascinanti di questa tecnica non vengono dalle osannate major a stelle e strisce, ma da un regista russo, Fëdor Sergeevič Bondarčuk che può vantare con il suo Stalingrad 3D il record di essere stato il primo, nel suo paese, ad utilizzare la tecnologia IMAX.


La storia pone le sue radici nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale e ruota intorno alla battaglia di Stalingrado, nel novembre del 1942. Al posto del grande afflato bellico, Fëdor Sergeevič Bondarčuk pone l'occhio della sua macchina da presa da una parte su un gruppo di soldati che deve proteggere un palazzo, la cui posizione strategica potrebbe l'esercito nazista alla disfatta; dall'altro su due figure femminili che, da sole, rappresentano la tanto amata madre Russia quando ancora l'unione sovietica impegnava i sogni espansionistici di Adolf Hitler.


Che lo si creda o meno la trama di Stalingrad 3D è davvero l'elemento di minor rilevanza: presentato in anteprima all'ottava edizione del Festival Internazionale del film di Roma, la pellicola è prima di tutto una poderosa lezione tecnica che, all'ottimo 3D di cui già si è accennato, si fa forte di una fotografia monocromatica di Maksim Osadchiy-Korytkovskiy, la quale rimanda all'idea di perdizione dei protagonisti in balia di se stessi, sul baratro infernale che ogni guerra trascina con sè. Nonostante le detonazioni e i grandiosi effetti visivi - che lasciano veramente a bocca aperta - il regista non dimentica di seguire le vicende delle proprie creature, scendendo al livello più umano in termini di melodramma. In questo modo le intemperie e le difficoltà rese insormontabili dal conflitto diventano veri e propri tableaux vivants, dove si innestano storie intrecciate, destini condannati a sfaldarsi e, naturalmente, l'amore, che da che mondo è mondo è l'unico antidoto alle brutture dell'umanità. Tra la resa tecnica e l'attenzione data all'intrecciarsi di trama e personaggi, Stalingrad 3D si presenta come un roboante spettacolo perfettamente calibrato: lungi dall'autocompiacersi, fa sì che la propaganda e l'omaggio storico si trasformino in una storia atemporale, che muove le coscienze degli spettatori commuovendoli oltre ogni previsione.



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