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Storia di una ladra di libri

29/01/2014 12:00

Marta Marchesi

Recensione Film,

Storia di una ladra di libri

Quando si affronta il tema dell'Olocausto, se è vero che da un lato si è già detto tutto, dall’altro non se ne parla mai abbastanza...

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Quando si affronta il tema dell'Olocausto, se è vero che da un lato si è già detto tutto, dall’altro non se ne parla mai abbastanza. A partire dal documentario di Alain Resnais, Notte e Nebbia, passando per il monumentale Shoah di Claude Lanzmann e per Kapò di Gillo Pontecorvo fino al celebrato La vita è bella di Benigni, il cinema ha spesso affrontato l’orrore del genocidio perpetuato dalla Germania nazista e dai suoi alleati. Molte volte, lo spunto proviene da opere letterarie, talvolta scritte da chi ha vissuto quest’esperienza in prima persona. Anche Storia di una ladra di libri è tratto da un romanzo, Storia della ragazza che salvava i libri, scritto dal giovane australiano Markus Zusak, che nel 2005 ha voluto offrire un punto di vista inedito alla vicenda.


Liesel conosce presto la morte, quando le porta via il fratellino durante il viaggio che li avrebbe condotti dai genitori affidatari durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo il funerale si impossessa del suo primo libro rubandolo a un becchino, ma non è in grado di leggerlo. Giunta nella nuova famiglia, Hans, il padre, l’aiuterà ad ambientarsi e a prendere confidenza con il mondo delle parole scritte. La giovane si lega particolarmente all’uomo, ma impara ad apprezzare anche la madre con il tempo. Intanto, intorno a loro, avanza il potere nazista. Quando viene a bussare alla porta il rifugiato ebreo Max, la famiglia affronterà nuove difficoltà per nasconderlo nella piccola casa, mentre la ragazzina offrirà una via di fuga alla prigionia forzata del giovane, attraverso le sue letture. Ma tutto è destinato a cambiare.


Come nel bestseller da cui è tratto, la vicenda di Storia di una ladra di libri viene raccontata dalla Morte. Pur molto impegnata dagli eventi dell’Europa degli anni Trenta e Quaranta, resta affascinata dalla personalità di Liesel e la segue nel corso di tutta la sua vita. Attraverso il suo sguardo imparziale e gentile, si assiste alla presa di coscienza della ragazzina dei limiti dell’umanità e della necessità di trovare consolazione nel mondo dell’immaginazione. È emblematica la scena in cui la ragazzina salva uno dei libri proibiti gettati nel rogo dal sindaco nazista: se Hitler invita a non avere uno sguardo critico e a uniformare il proprio pensiero, Liesel si oppone trovando un modo per continuare a sognare. Così facendo, trasforma la vita di chi le sta intorno, aiutando a non abbattersi e a combattere con coraggio gli obblighi imposti dal potere. Il film rimane pressoché fedele al romanzo e ricalca quello che è il suo punto di forza: i personaggi. Goeffrey Rush ed Emily Watson ben delineano, con la loro interpretazione, la generosità e la genuinità di Hans e Rosa, i genitori adottivi. Sophie Nélisse, già interprete in Monsieur Lazhar, veste i panni della protagonista con una credibile innocenza e vivacità. La regia di Brian Percival, classica e pulita, non punta ad attirare l’attenzione, così da lasciare il giusto spazio necessario alla storia che si dipana.



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