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Taverna paradiso

02/02/2014 12:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Taverna paradiso

New York, 1946...

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New York, 1946. I tre fratelli Carboni - Cosmo (Sylvester Stallone), Lenny (Armand Assante) e Victor (Lee Canalito) - vivono di espedienti e lavori logoranti nel malfamato quartiere di Hell's Kitchen. Stanco della miseria, Cosmo matura un giorno l’idea di avviare il robusto fratello Victor alla lotta. Gli incontri clandestini avvengo nella Taverna Paradiso dove Victor colleziona le prime vittorie, ma il rapporto tra i fratelli Carboni si incrina quando l'interesse per gli affari prende il sopravvento sugli affetti.


Nel 1977 Sylvester Stallone pubblica il suo primo romanzo, Taverna Paradiso (Paradise Alley, in originale), storia di tre fratelli che nella New York del dopoguerra provano ad uscire dalla misera attraverso la lotta clandestina. L’idea di una sceneggiatura tratta dal libro, ad opera dello stesso Stallone, è per mesi presentata sui tavoli di alcuni dei maggiori produttori di Hollywood e puntualmente ignorata. Almeno finchè non diventa ormai noto a tutti che Rocky, uscito nelle sale nel 1976 - 225 milioni incassati, 3 Oscar e la consacrazione a cult - è un caso cinematografico che si può replicare. La storia dei tre fratelli Carboni solo allora convince e nel 1978 può uscire nelle sale. Taverna Paradiso non è il successo sperato, ma rappresenta una pietra miliare nella storia filmica di Sylvester Stallone, materia preziosa per gli amanti del cinema di combattimento e curioso esperimento di contaminazione di generi. Non di soli pugni si tratta infatti.


Sylvester Stallone sceglie per il suo esordio registico ad Hollywood di attingere ai temi che – per ragioni biografiche e di formazione – gli appartengono: la East Coast, l’italo-americanità, i legami virili, la famiglia come legame inscindibile. Il tutto ovviamente raccontato con i toni grandiosi e rudi che appartengono all’attore e che gli valgono l’apprezzamento di milioni di spettatori, soprattutto maschili. Il progetto Taverna Paradiso è la prima grande sfida di Sylvester Stallone al cinema, che per il ruolo di Cosmo Carboni avrebbe desiderato Al Pacino: con uno sguardo d’insieme lucido e consapevole dirige un film efficace nella ricostruzione scenografica, nei personaggi – ingenui ma di grande resa – e nella sceneggiatura, prevedibile ma avvincente. Lo sfondo storico affievolisce di molto il tema portante del film, quello della lotta, rendendo i combattimenti meno violenti di quelli visti nel Rocky che precede e in tutti i sequel che verranno, mentre l’impostazione corale riduce di molto l’aura eroica del protagonista. Un film - che vanta nel cast nientemeno che Tom Waits agli esordi - molto machista di quanto ci si potrebbe aspettare, una concessione drammatica che Stallone concede ad un pubblico più esteso, prima di tornare ad essere l’eroe dell’action e il volto - tumefatto - di un genere cinematografico che ha fatto storia.



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