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Monuments Men

09/02/2014 12:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Monuments Men

Durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre l’Europa è devastata dalle brutalità naziste, un piccolo gruppo di soldati, i Monuments Men - curatori, mercanti e st

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Durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre l’Europa è devastata dalle brutalità naziste, un piccolo gruppo di soldati, i Monuments Men - curatori, mercanti e studiosi d’arte - ha il compito, sotto l'approvazione del presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt, di individuare e mettere in salvo i tesori dell’arte europea depredati dai tedeschi in musei e monumenti. Guidati dallo storico Frank Stokes (George Clooney), il restauratore Granger (Matt Damon), l’architetto Campbell (Bill Murray), lo scultore Garfield (John Goodman), gli accademici Savitz (Bob Balaban) e Clermont (Jean Dujardin) e il mercante d'arte Jeffries (Hugh Bonneville) metteranno a punto, con l’aiuto del giovane ebreo Sam Epstein (Dimitri Leonidas) e della bella Claire Simone (Cate Blanchett), un piano, quasi, perfetto.


Si dice che tra le ambizioni di Adolf Hitler ci fosse - tra le altre cose - la pittura. Praticata in giovinezza (e rifiutata dall’Accademia tedesca), rimase sempre una grande passione, insieme al collezionismo, nel progetto di creare a Linz la più grande galleria d’arte del mondo in cui riunire i capolavori portati via dai musei più famosi d’Europa. Più sentimentale era Göring, appassionato ai fiamminghi: quando, durante Norimberga, scoprì che il suo Vermeer era un falso si dice cadde in uno stato di semidepressione. Le storie che riguardano il mercanteggio e il furto d’arte durante la Seconda Guerra Mondiale sono fra le più appassionanti: vicende personali di uomini crudeli che pure avevano sensibilità fuori dal comune per la bellezza e, viceversa, avventure di personaggi ordinari che per amore dell’arte sono diventati eroi, come il direttore del Louvre Jacques Jaujard, con la sua coraggiosa resistenza contro i nazisti a guardia del Museo.


Si ispira alle storie di questi uomini il romanzo di Robert Edsel, The Monuments Men, giunto nella carriera dello scrittore dopo un lungo interrogarsi su come i monumenti d’Europa abbiano resistito alle più feroci guerre e a chi si debba la loro salvezza. Da questo bestseller, George Clooney trae il suo quinto film da regista, omonimo nel titolo e fedele nella trama, con un cast d’eccezione. La vicenda del poco convenzionale plotone di soldati che durante l’assedio nazista all’Europa ricevettero dal presidente Roosevelt il compito di trovare e mettere in salvo le opere d’arte dalla brama tedesca, è una storia (vera) surreale che Clooney racconta con grande ironia affiancando alla propria interpretazione guida, volti da romance come Matt Damon e Cate Blanchett e maschere irresistibili come John Goodman, Bill Murray e Jean Dujardin, ormai adottato da Hollywood. Una squadra di personaggi che ricorda gli intrecci messi in piedi da Steven Soderbergh per la trilogia Ocean’s, ma che si arricchisce di contenuto nella direzione appassionata di Clooney. La sua carriera registica ricorda in gran parte quella del collega Ben Affleck: entrambi partiti come protagonisti di blockbuster, approdati poi a film di maggiore significato e giunti alla regia con un bagaglio di competenze che va dall’ottima conoscenza del mercato hollywoodiano, del cast più affiatato, dell’accuratezza tecnica che il pubblico si aspetta (vincente in questo senso la scelta di delegare le musiche ad Alexandre Desplat). In Monuments Men si manifesta finalmente con sicurezza la cifra di Clooney regista. Oltre a ribadire una certa tendenza alla dissacrazione e all’umorismo nero, da alternare con intelligenza a momenti più tragici, il regista mostra una cura minuziosa nel ricreare scenari già visti che omaggino la Hollywood del cinema bellico (con rimandi, più o meno involontari, che vanno da Il ponte sul fiume Kwai a Salvate il Soldato Ryan) senza dimenticare mai una larga concessione - popolare ma apprezzabile - al romanticismo. Sebbene la regia costituisca ancora per George Clooney un attività occasionale cui è preferita la carriera attoriale, appare ormai definito uno stile personale perfettamente riconoscibile e originale, sebbene in gran parte dedotto da alcuni dei registi con cui ha lavorato, da Steven Soderbergh ai fratelli Coen.



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