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Lovelace

25/03/2014 12:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

Lovelace

Gola profonda (in seguito distribuito come La vera gola profonda) uscì nel 1972 e rivoluzionò forse per sempre il mondo del porno, essendo tra i primi prodotti

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Gola profonda (in seguito distribuito come La vera gola profonda) uscì nel 1972 e rivoluzionò forse per sempre il mondo del porno, essendo tra i primi prodotti di genere ad avere una componente narrativa e una caratterizzazione dei personaggi più approfonditi rispetto all'andazzo generale. Protagonista di questo film hard diventato di culto era la giovane Linda Lovelace, esordiente nel settore e divenuta nel suo piccolo una celebrità destinata a sopravvivere fino ai giorni nostri, nonostante la sua carrierà ebbe termine proprio con questa prima ed unica pellicola. Diventata negli anni '90 un'icona per le femministe americane, visto il forte rinnegamento del suo passato a luci rosse e critiche molto forti a quell'ambiente, la vita di Linda è stata già scandagliata al cinema nel 2005 con il documentario Inside gola profonda, e nel 2013 la coppia di registi formata da Rob Epstein e Jeffrey Friedman (già insieme per l'interessante Urlo) decide di relizzarne un biopic con protagonista la bella Amanda Seyfried.


Nel 1971 la ventunenne Linda (Amanda Seyfried), figlia di un poliziotto e di una madre "bigotta", conosce Chuck (Peter Sarsgaard), proprietario di uno strip club di diversi anni più grande di lei. I primi tempi le cose tra i due vanno a gonfie vele, tanto che la coppia decide anche di sposarsi. Ma a soli sei mesi dal matrimonio Chuck si ritrova ad avere dei pesanti problemi con la legge, dovuti al giro di prostituzione del suo locale, finendo in bancarotta. L'uomo costringe così la moglie a fare il provino per un film pornografico in una casa di produzione gestita da alcuni suoi amici, lanciando Linda verso un inaspettato successo. Ma tra violenze coniugali e un mondo dominato dagli uomini, i motivi di gioia per la ragazza saranno ben pochi.


Se nell'opera precedente (che vedeva protagonista James Franco, qui in un piccolo cameo nei panni di Hugh Hefner, il proprietario di Playboy) i due registi erano riusciti a catturare bene l'essenza del poeta maledetto della beat generation Allen Ginsberg, in questa nuova incursione biografica mancano clamorosamente il bersaglio. Se è comprensibile l'assenza delle parti più spinte, che avrebbero limitato eccessivamente il rating della visione, è imperdonabile la mancanza di qualsiasi istinto erotico in un film che, comunque va ricordato, si concentra per buona parte sulla pur breve carriera pornografica della sua protagonista. Lovelace vuole proporsi nel suo stanco didascalismo come film di denuncia sulle violenze subite dalle donne, e fin qui lo scopo sarebbe anche nobile mostrando il calvario (così si intitola inoltre il libro scritto dalla stessa, reale, Lovelace per raccontare i suoi trascorsi) di Linda, ma è incapace di qualsiasi coinvolgimento emotivo (ve ne è giusto un barlume nei secondi finali), rivelandosi un inutile condensato di situazioni noiose e ripetitive che trasmettono poco o nulla a livello emozionale. Priva di qualsiasi complessità narrativa, la pellicola arranca su un moralismo stantio incapace di fotografare la realtà dell'epoca, con personaggi secondari improbabili in un racconto melodrammatico mancante di intensità e originalità. Un'opera superficiale che scivola in stereotipi, presenta un fastidioso sottotesto moraleggiante e non cattura l'essenza della vera Linda Lovelace né del mondo, sordido e dorato al tempo stesso, del cinema hard, mettendo così in secondo piano anche l'interpretazione di una brava Seyfried e dell'interessante cast di contorno.


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