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Father and Son

01/04/2014 11:00

Riccardo Tanco

Recensione Film,

Father and Son

Ryota è un imprenditore di successo sposato con Midori e padre del piccolo Keita...

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Ryota è un imprenditore di successo sposato con Midori e padre del piccolo Keita. Un giorno lui e sua moglie ricevono una telefonata inaspettata dall'ospedale: Keita non è il loro figlio biologico. L'ospedale ha commesso un errore e ha scambiato il bambino. Presentato con successo al 66°Festival di Cannes dove ha vinto il Premio della giuria, il nuovo film del regista giapponese Hirokazu Koreeda è una straordinaria storia familiare raccontata con estrema delicatezza.


Father and Son è cinema cristallino nella complessità etica del racconto, che Koreeda riesce a rendere profondamente stimolante senza cadere mai nel melenso. Il regista giapponese, nel narrare le vicende di un padre costretto a scegliere tra il legame di sangue che lo avvicina al suo vero figlio e il tempo passato con il bambino che ha cresciuto per sei anni, lascia che i sentimenti e le emozioni di Ryota (uno straordinario Fukuyama Masaharu) penetrino nello spettatore, senza calcare in alcun modo l'equilibrio della propria opera. Non c'è bisogno dell'eccesso melodrammatico, perché Father and Son è un film di gesti, piccoli nella loro durata ma potentissimi come veicoli emotivi. A Koreeda basta uno sguardo, un tocco della mano, un accenno di gioco per trasmettere una gamma di sensazioni che lo spettatore è disposto a provare, diventandone parte integrante. Lo sguardo di ineccepibile precisione formale non è solo uno sfoggio di abilità registica ma scelta etica per filtrare il mondo e gli esseri umani che lo abitano, senza bisogno di orpelli stilistici e maschere formalizzanti. Proprio come i suoi protagonisti, essenziali nelle loro psicologie ma che sanno andare dritti al cuore per la loro umanità.


Nonostante i dialoghi siano forti e riusciti, Koreeda sfrutta a pieno l'immagine per comunicare. Laddove un regista più illustrativo avrebbe spiegato maggiormente lo stato d'animo dei personaggi, il regista giapponese si limita all'intimismo scenico, come nell'inquadratura della giovane Midori che affacciata sulla grande metropoli riesce a trasmettere il senso di distanza fisica tra un genitore e suo figlio, esaltando la dicotomia vicinanza-distanza che pervade tutta la pellicola: Il processo di conoscenza delle due coppie protagoniste diverse come classe sociale e atteggiamento ma unite dal fatto di aver cresciuto i figli altrui è una strada di amicizia e sofferenza, di condivisioni e divisioni, di percorsi che si trovano nonostante le differenze. Se Koreeda è bravo a maneggiare un soggetto così complicato, un grande aiuto gli arriva dai propri interpreti completamente sconvolti da un dilemma: cosa vuol dire essere un genitore? È sufficiente che vi sia una corrispondenza genetica per reputarsi tali, o sono i ricordi e il tempo speso, la memoria e i gesti d'affetto a creare e avvalorare un legame parentale? Father and Son è una bellissima storia d'amore totalizzante che non indirizza verso una risposta alle domande poste, ma che ritorna nel finale a quel concetto di distanza-vicinanza e di sentieri che convergono con la potenza di un minimalismo cinematografico fuori dal comune.



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