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Piccola patria

11/04/2014 11:00

Gabriele di Grazia

Recensione Film,

Piccola patria

Il regista padoano Alessandro Rossetto - una lunga carriera da documentarista alle spalle - debutta al cinema col suo primo lungometraggio di finzione, Piccola

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Il regista padoano Alessandro Rossetto - una lunga carriera da documentarista alle spalle - debutta al cinema col suo primo lungometraggio di finzione, Piccola patria, un ritratto impietoso del Nordest italiano visto attraverso gli occhi degli abitanti di un ottuso paese di provincia senza apparente via di fuga. Sceneggiato da Caterina Serra e Maurizio Braucci, il film è stato sostenuto dalla BLS – Film Fund & Commission dell’Alto Adige con un contributo di 130000 euro. È stato, inoltre, presentato alla 70ª edizione della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia del 2013 e selezionato all’International Film Festival di Rotterdam di quest’anno. Oltre alle due protagoniste, Maria Roveran e Roberta Da Soller, la pellicola vede la presenza di Vladimir Doda e Diego Ribon.


Luisa (Maria Roveran) e Renata (Roberta Da Soller) vivono in un piccolo paese di provincia del nord d’Italia. Durante un’estate particolarmente soffocante nasce in loro il desiderio di andare via e lasciarsi dietro la loro misera esistenza. Entrambe hanno due caratteri non facili: Luisa è trasgressiva e disinibita, Renata è arrabbiata col mondo e bisognosa d’affetto. Dopo il lavoro, le due approfittano delle abitudini lussuriose di Rino Menon (Diego Ribon), un lavoratore di zona, per racimolare qualche soldo extra con la complicità inconsapevole di Bilal (Vladimir Doda), il ragazzo albanese di Luisa. Ne nasce una storia fatta di squallidi ricatti e di tradimenti che coinvolgerà in maniera tragica la famiglia di Luisa. Chi o cosa ha spinto le due giovani ad agire così? Quanto può influire l’odio nei confronti del diverso sulle nostre vite? Luisa e Renata lo scopriranno a loro spese.


L’interessante esordio cinematografico di Rossetto porta nelle sale italiane una storia mai come ora attuale e che richiama all’attenzione del pubblico la scottante questione del “diverso” in un paese lacerato dalla crisi economica come il nostro. Avvalendosi di un preciso contesto sociale ed ambientale, il regista fa riferimento a valori universali come la convivenza civile tra culture diverse raccontando una storia che sarebbe potuta accadere in una qualsiasi provincia del pianeta. È una comunità che ha perso ogni valore quella al centro del racconto, un luogo ormai anonimo dove tra genitori e figli non è più possibile un dialogo ed in cui lo “straniero invasore” è usato come capro espiatorio dalla collettività. Davvero affascinante l’utilizzo della macchina da presa nel mostrare dall’alto un paesaggio sempre uguale, e apparentemente addormentato, nel cui sottobosco avvengono nefandezze che è bene tener segrete. Il regista documenta con occhio distaccato e spietato la corsa inarrestabile verso il baratro delle due protagoniste: non c’è amore, ma solo il sesso usato come mero mezzo di fuga dal conformismo e come riscatto dalla meschinità e dalla violenza. Piccola patria è una storia in cui la speranza è bandita per sempre; una pellicola che parla più della solitudine dell’uomo contemporaneo che di razzismo. Indubbiamente un esordio eccellente che fa riflettere e arricchisce il cinema italiano.



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