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Onirica - Field of Dogs

12/04/2014 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Onirica - Field of Dogs

Unico sopravvissuto dell’incidente d’auto in cui hanno perso la vita la fidanzata Basia e l’adorato amico Kamil, Adam (Michal Tatarek) ha abbandonato una promet

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Unico sopravvissuto dell’incidente d’auto in cui hanno perso la vita la fidanzata Basia e l’adorato amico Kamil, Adam (Michal Tatarek) ha abbandonato una promettente carriera universitaria per un lavoro in un supermercato e un’esistenza traumatizzata il cui unico rifugio è il mondo dei sogni. Rimane della vita passata solo la passione per la Commedia di Dante, fonte di visioni nelle quali il dramma personale di Adam si unisce alle calamità che colpiscono la sua nazione, la Polonia.


A dieci anni di distanza da Il Giardino delle Delizie e a tre da I colori della Passione, Lech Majewski termina con Onirica uno dei più eccezionali trittici cinematografici mai realizzati dopo i Tre Colori di Kieślowski, autore al quale, nonostante le somiglianze, Majewski si sente di dovere meno che a Federico Fellini. Dopo aver trasformato in contemporaneità le visioni di Hieronymus Bosch e fatto proprio il Calvario di Pieter Bruegel, il regista polacco trova il coraggio di dirigere la sua opera maestra, attingendo ad una antica passione, quella per la cultura figurativa italiana – non solo del cinema ma anche dell’arte visiva, De Chirico soprattutto – e per una delle più grandi narrazioni oniriche mai scritte: la Commedia di Dante Alighieri. Alla domanda su quale sia la sostanza di cui sono fatti i sogni, Majewski infatti non solo con Onirica ha risposto ma è persino riuscito a trasformarla in immagine, schermo e pellicola, osando qualcosa che la parola scritta non poteva fare.


È facile pensare che se un autore italiano avesse dovuto ispirarsi a Dante per un’opera anche solo meno ambiziosa di quella di Majewski si sarebbe senz’altro incastrato in qualche ansia da prestazione, timore reverenziale o idolatrie varie: da polacco abituato a confrontarsi con i grandi dell’arte, invece, il regista si libera senza difficoltà di queste paure e, come un lettore che per la prima volta sfoglia le pagine dantesche, costruisce dal nulla un nuovo sistema in cui protagonista è di nuovo un uomo nel mezzo del cammino della sua vita, un’esistenza drammatica in cui il passato doloroso si presenta ogni notte puntuale in un sonno agitato fatto di visioni, oniriche e non solo. Dall’immaginazione di Adam fuoriescono infatti non solo le creazioni di una mente a ruota libera, ma anche mostri generati dalla ragione, turbe di una psiche disturbata da un trauma e un immaginario derivato dall’enorme cultura letteraria del protagonista, che poi è la stessa del regista e autore. Che Onirica sia l’opera definitiva di Majewski lo dimostra anche il fatto che per la prima volta egli sia interessato a disporre in un suo film un riferimento determinante alla Polonia, terra natia devastata nella storia da mille calamità e nella pellicola da catastrofi varie. Nonostante la forte pulsione immaginifica, ciò che però rende Onirica una pellicola di carattere fortemente testamentario non è solo il suo essere dramma del sogno ma soprattutto il carattere di lunga e variegata dissertazione sulla morte, indagata nelle molte facce astratte dell’assimilazione, del rifiuto, di un aldilà praticabile e laico in dialogo con la divinità, ma anche negli aspetti più materiali del dolore, del sangue, di ferite aperte e cicatrici che al protagonista Adam solcano il volto mentre allo spettatore percorrono l’anima.



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