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Marina

08/05/2014 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Marina

Ci sono canzoni che entrano di prepotenza nel bagaglio collettivo di un paese, finendo quasi per diventarne una sorta di colonna sonora della crescita (o decres

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Ci sono canzoni che entrano di prepotenza nel bagaglio collettivo di un paese, finendo quasi per diventarne una sorta di colonna sonora della crescita (o decrescita). Certamente l’hit parade Marina fa parte di questa categoria. Rocco Granata, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 divenne il padre di questo grande successo che lo rese indimenticabile anche nelle decadi a seguire. Ma come arrivò questo giovane di origini calabresi al successo? Quale sentiero impervio dovette seguire per raggiungere il suo sogno e, insieme, il suo obiettivo? Queste sono solo alcune domande a cui cerca di rispondere il film Marina, del regista fiammingo Stijn Coninx.


L’anno è il 1948 e Salvatore Granata (Luigi Lo Cascio) è uno dei tanti italiani che decide di partire per il Belgio alla ricerca di un lavoro migliore con cui badare alla famiglia. In quegli anni, infatti, De Gasperi e il ministro belga Van Hacker avevano firmato l’accordo che prevedeva l’arrivo di circa centoquarantamila italiani su suolo fiammingo, pronti a lavorare nelle miniere e obbligati a restare in Belgio per cinque anni, in cambio di un prezzo del carbone più modico per la repubblica italiana. Salvatore parte, ma un anno dopo, ossessionato dall’idea che la moglie (Donatella Finocchiaro) lo tradisca, decide di far venire tutta la famiglia. Per il piccolo Rocco è l’inizio di un’esistenza strana. Il bambino cerca in ogni modo di integrarsi alla nuova realtà che lo circonda e, allo stesso tempo, spera di scendere a patti con suo padre che quasi gli vieta di seguire la sua aspirazione, la musica. Divenuto adulto, Rocco (Matteo Simoni) è però più che mai deciso a inseguire e raggiungere il suo sogno.


Marina, che in patria è stato un vero e proprio campione di incassi, si presenta all’occhio dello spettatore come un prodotto diviso a metà: l’ispirazione cinematografica, che c’è e a volte si sente, deve vedersela anche con uno stile più adatto alla fiction televisiva. La fotografia spesso cupa, che vorrebbe rendere le difficoltà di migliaia di immigrati, appare troppo spesso artificiosa, impedendo così al pubblico di entrare in empatia con la storia e i personaggi. E, in effetti, è proprio lo stile il punto dolente di un film che, a livello contenutistico, non risulta privo di spunti interessanti. Il tormentone Marina, infatti, diventa solo un mero pretesto che permette al regista di affrontare tematiche che, pur nella loro stilizzazione, non mancano mai di risvegliare la curiosità del pubblico. Ecco allora che sullo schermo si dipana la dicotomia delle due battaglie che i protagonisti sono costretti ad affrontare. Da una parte c’è il discordo generazionale: un padre e un figlio ch si guardano in cagnesco dagli angoli opposti di un ring che la vita gli ha costruito intorno. Dall’altra, invece, c’è uno scontro culturale che vede opposti italiani (immigrati) e fiamminghi, con il piccolo Rocco che si smarrisce nel mezzo, quasi perdendo la propria identità civile. Lo stesso Rocco è combattuto tra l'anelito di essere accettato e di integrarsi in una realtà ben diversa da quella della sua amata Calabria e il desiderio di non lasciar andare i propri ricordi, rimanendo perciò ancorato ad un passato che lo definisce in quanto essere umano. Coninx, se non altro, non ricorre alla facile classificazione: i suoi personaggi, sebbene spesso siano solo abbozzati, riescono comunque a rimandare le varie sfumature dell’animo umano, non contentandosi mai solo del bianco e del nero. Marina resta dunque un film godibile, che però offre molto meno di quanto potenzialmente avrebbe potuto.


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