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La principessa Mononoke

08/05/2014 10:00

Erika Pomella

Recensione Film,

La principessa Mononoke

Una meravigliosa storia di crescita, di amicizia e di ecologia

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A distanza di quattordici anni dalla prima distribuzione italiana, La Principessa Mononoke torna al cinema, con un nuovo adattamento che promette di mantenersi più fedele rispetto all’opera originale. Un vero evento cinematografico che vede la partecipazione proprio dello Studio Ghibli, che negli anni ci ha abituato a veri e propri capolavori d’animazione e di poesia. Uscito nel 1997 sotto la fulgida guida del maestro Hayao Miyazaki, La Principessa Mononoke trasporta il pubblico nel periodo Muromachi (tra la fine del milletrecento e metà del cinquecento), in un mondo guidato da animali-dei, spiriti delle foreste e umani che rischiano di distruggere tutto per la propria sopravvivenza.


In seguito all’attacco del demone Nago, il principe-guerriero degli Emishi, Ashitaka, è costretto ad uccidere lo spirito maligno per salvare la sua gente. Durante lo scontro, tuttavia, Ashitaka entra in contatto con il male del demone, che si insinua nella sua anima attraverso una ferita al braccio. Questa sorta di “possessione” potrebbe distruggere Ashitaka se il ragazzo non trova un modo per fermare il male che si sta espandendo non solo dentro di lui, ma anche nel mondo che lo circonda. Su consiglio del saggio Jigo, che incontra dopo aver salvato alcuni contadini, Ashitaka decide di partire per le montagne, dimora degli antichi animali-dei, che vivono in simbiosi con la natura. All’interno della foresta, però, Ashitaka si imbatte nella Principessa Mononoke, mentre animali e uomini cominciano una guerra per il possesso della foresta e la sua stessa sopravvivenza.


La Principessa Mononoke è una meravigliosa storia di crescita, di amicizia e di ecologia, che si inserisce perfettamente in una produzione artistica che ha fatto di questi valori il proprio stendardo stilistico. Accompagnato come sempre dal fedele Joe Hisaishi, che con le sue musiche riesce a creare universi tridimensionali, Miyazaki disegna (sempre rigorosamente a mano) un mondo spaccato tra passato e futuro, dove il progresso auspicato dall’uomo e la volontà di mantenere le vecchie tradizioni di un universo ormai vetusto vanno di pari passo. Ecco allora che tra violenza – mai gratuita – battaglie che sembrano mimare la danza silenziosa delle foglie gettate nel vento, e personaggi che si tuffano in un chiaroscuro psicologico molto verosimile, il regista dipinge un affresco dai toni pastello, che però non rinuncia mai ad un’identità forte, riconoscibile, completamente affascinante. Meno poetico di quanto potrebbero esserlo film come Il mio vicino Totoro o La città incantata, La principessa Mononoke ha dalla sua un impianto scenico e visivo che lascia esterrefatto anche lo spettatore più avulso allo stile e alla tecnica dello Studio Ghibli. E in questo mare di tecnica d’alto livello si trovano a naufragare personaggi intensi, pieni di sentimenti che invadono lo schermo, e che rendono questo tipo di cinema una vera e propria esperienza sensoriale.


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