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Ritual - Una Storia Psicomagica

11/05/2014 11:00

Davide Stanzione

Recensione Film,

Ritual - Una Storia Psicomagica

Lia (Desirée Giorgetti) è una ragazza che intrattiene un rapporto torbido col sanguigno Viktor (Ivan Franek), un uomo d’affari senza scrupoli, cruento anche nei

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Lia (Desirée Giorgetti) è una ragazza che intrattiene un rapporto torbido col sanguigno Viktor (Ivan Franek), un uomo d’affari senza scrupoli, cruento anche nei rapporti affettivi e nei riguardi di lei. Quando Lia rimane incinta, il loro equilibrio già di suo fragile crollerà completamente sotto i colpi del narcisismo di lui e della psicosi sorgente della giovane donna. Lia cade in depressione, il suo amante le impone di abortire, quindi lei tenta il suicidio e decide di allontanarsi da lui. Va allora da una zia guaritrice in un paesino veneto, alla larga dagli spettri di un presente che la tormenta. La donna, Agata (Anna Bonasso), è stata sposata con un guaritore e psicomago cileno da cui ha appresso i riti e le pratiche della medicina alternativa. Il consorte, di nome Fernando (Alejandro Jodorowsky), ancora le appare durante il sonno, dandole conforto con la sua presenza.


Ritual, della coppia di registi Giulia Brazzale e Luca Immesi, è un oggetto cinematografico curioso e sotterraneo, sia nella forma abbastanza sperimentale, che poggia tuttavia su un tracciato narrativo in tre atti decisamente classico, sia nei colori studiatissimi a seconda degli ambienti e delle situazioni. È però allo stesso tempo una declinazione piuttosto consueta di quel cinemino italiano low budget che si limita a vivacchiare, consapevole dei suoi limiti senza però mai tentare uno slancio ulteriore, quasi mai gettando il cuore oltre l’ostacolo. Un cinema che al massimo può puntare al mercato home-video di seconda categoria o alla passerella di festival internazionali decisamente minori, che se va bene viene venduto in qualche paese straniero ma che di sicuro è ben lontano dalla possibilità di generare una reale risonanza nel cuore, nello spirito e nell’occhio di chi guarda. Il problema vero, come sempre in questi casi, sta tutto in un pauperismo compiaciuto, che rimarca la pochezza dei mezzi inquadratura per inquadratura anziché trovare forme originali per eluderne i segnali lampanti, come faceva il buon cinema di genere del nostro passato e non solo. La differenza è tutta lì, fondamentale e definitiva, e si gioca tutta tra l’aspirazione alla grandezza e il bearsi del tutto sterile della propria piccolezza.


Il film, bollato col sottotitolo Una storia psicomagica dopo l’approvazione di sua maestà Alejandro Jodorowsky, ha comunque non pochi momenti interessanti in cui il talento psicologico dei due registi, i loro studi e qualche insperata sottigliezza arrivano perfino a trapelare, ma sono isolati bagliori che impallidiscono se confrontati con la media del resto. Un livello qualitativo di base in cui non si riesce a scollarsi di dosso il sentore di un’amatorialità dilagante e pervasiva, che nella prima parte offusca le potenzialità del martirio psichico e fisico della protagonista (rivedere Primo amore di Matteo Garrone per notare la differenza) e nella seconda si piega in modo piuttosto meccanico al giochino dei rimandi ultraterreni e terapeutici, delle immagini perturbanti (la scena della barba insanguinata è respingente oltre ogni limite) e dei deliri onirici. Ritual si assesta così essenzialmente su due livelli, frequentando però per sua sfortuna più il primo che il secondo. Entrambi trovano un’incarnazione nella maternità sofferta e tormentata di questa ragazza, che potrebbe essere una novella Rosemary polanskiana se solo avesse una montagna di credibilità e di sottolineature psicologiche in più alle spalle: l’uno è falso come il bambolotto che in alcune sequenze lei stessa reca in braccio, l’altro è vero come il neonato autentico e in carne ed ossa che farà capolino – per l’appunto – solo nel finale. Sulla lettura del film come spaccato dei problemi di coppia, dato il livello prossimo allo zero della costruzione dei personaggi, forse è meglio sorvolare. Il film dopotutto si gioca tutto sul manierismo epiteliale e artigianale delle visioni e degli incubi, non certo sulla ricercatezza della messa a fuoco dei caratteri. Interessante, in compenso, la fisicità dell’attrice Desirée Giorgetti, che ha il volto angelico e turbato di una potenziale principessa decaduta di Mario Bava.



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