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Nuguo - Nel Nome della Madre

22/05/2014 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Nuguo - Nel Nome della Madre

Francesca Rosati Freeman e Pio d’Emilia, scrittrice e antropologa la prima, trentennale corrispondente dall’Estremo Oriente il secondo, esordiscono al documenta

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Francesca Rosati Freeman e Pio d’Emilia, scrittrice e antropologa la prima, trentennale corrispondente dall’Estremo Oriente il secondo, esordiscono al documentario per raccontare i Moso, gruppo etnico non riconosciuto dalla Cina, che da secoli vive in pace nel sud-est asiatico, in una singolare società matriarcale in cui solo le donne hanno un ruolo rilevante.


Nella lingua dei Moso, laghi e montagne sono parole al femminile. Così come femminili sono le espressioni “pace” e “vita” e quasi tutti i vocaboli che hanno a che fare con significati affini. I Moso – 40mila persone stanziate in una manciata di villaggi attorno al lago Lugu, a cavallo delle due regioni dello Yunan e del Sichuan - semplicemente riconoscono nella donna l’origine e il principio della creazione e di conseguenza, oltre a concederle il massimo rispetto, attribuiscono solo a lei valore politico. Da stessa dichiarazione di Francesca Rosati Freeman - scrittrice e antropologa che dopo aver passato anni a studiare gli usi della pacifica popolazione sudorientale si è convinta a realizzarne un documentario - ciò che l’ha persuasa a ideare Nuguo è stata la consapevolezza, una volta giunta alle pendici dell’Himalaya, fra i territori Moso, di trovarsi in un contesto perfettamente realizzato in cui la non violenza e la convivenza pacifica fossero garantiti proprio dall’amministrazione della giustizia e della legge da parte delle donne. Sfuggendo la fascinazione tutta femminile della regista, il film racconta - con grazia e belle immagini - di una fetta di mondo particolarmente ambita, tenuta sotto controllo dalla Cina e pericolosamente ai confini col Tibet, in cui una comunità florida si assicura un’esistenza semplice e organizzata, inevitabilmente spirituale ma saldamente legata ad una legge laica, in una società matrilineare dove l’eredità passa solo per via muliebre e agli uomini sono destinati i compiti più empirici e domestici.


Per il suo primo film, Francesca Rosati Freeman collabora con Pio d’Emilia, profondo conoscitore dell’Asia, in un documentario che narra un modello di società alternativo, inedito ma realizzato, in cui a capo della società vi sono le Daba - le donne più anziane -, in cui non esiste matrimonio né violenza sessuale, in cui gli uomini restano per tutta la vita a casa delle loro madri visitando le consorti solo in orari da esse stabiliti. Alternando sequenze di sensazionali paesaggi fuori dal mondo, interviste alle dirette interessate (la visione della Rosati Freeman è profondamente femminile) e pareri autorevoli, i due registi dirigono un affascinante documentario, fermamente autoprodotto e sapientemente privo di qualsiasi tendenziosità. Sfuggendo infatti il rischio di strumentalizzare il soggetto del film in favore di un messaggio pseudo-femminista (o presunto tale) da veicolare, Nuguo – Nel nome della madre è piuttosto un’insolita porta aperta su un mondo lontano, ma esistente, che mette in discussione il prezioso stile occidentale e anche il concetto stesso di minoranza.


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