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La mia classe

25/05/2014 11:00

Martina Calcabrini

Recensione Film,

La mia classe

Dopo aver approfondito il problema della pedofilia e dell’infanticidio in Ruggine, il regista Daniele Gaglianone torna in cabina di regia per firmare La mia cla

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Dopo aver approfondito il problema della pedofilia e dell’infanticidio in Ruggine, il regista Daniele Gaglianone torna in cabina di regia per firmare La mia classe, una pellicola drammatica e malinconica che, tramite l’incursione in una realtà scomoda e desolata, punta l’attenzione sulla difficile omologazione degli stranieri in Italia.


Torpignattara, Roma. Un accomodante maestro di scuola (Valerio Mastandrea) spiega le regole della grammatica italiana a una classe di stranieri interessati ad imparare la lingua per ottenere un lavoro, vivere in Italia e riuscire ad integrarsi nella società. Superata la diffidenza iniziale, ognuno rivela la propria storia, espone le sue difficoltà ed esprime il desiderio di essere accettato. Quando scade il permesso di soggiorno di uno di loro e le riprese rischiano di terminare, però, la classe decide di continuare a narrare se stessa.


Nella piccola stanza di una scuola della periferia romana si radunano ogni giorno persone di estrazione sociale diversa e di religione differente per imparare la lingua italiana. Davanti alle evidenti difficoltà di comunicazione, gli studenti raccontano le proprie esperienze di vita attraverso immagini, silenzi e lacrime che descrivono il proprio dolore meglio di qualsiasi parola. Gli sceneggiatori Gino Clemente, Claudia Russo e Daniele Gaglianone, per enfatizzare la funzione del film, hanno scelto di analizzare soprattutto la fuga dal loro paese natio, l’abbandono dei familiari e l'impossibilità di sentirsi parte integrante di una comunità che li esclude. Inizialmente concepita come un semi-documentario che, reinventando le esistenze dei protagonisti, mostrasse un problema sociale sempre più evidente, la pellicola è diventata pian piano lo schermo sul quale ogni individuo proiettava le proprie paure. La scadenza del permesso di soggiorno di uno dei ragazzi, però, anziché scoraggiare la troupe, si è trasformata nell’input con cui ogni persona ha scelto liberamente di trasformarsi in personaggio e di continuare a testimoniare la propria realtà quotidiana. Mastandrea, allora, da attore diviene spettatore, incoraggia i ragazzi a lottare e li guarda divenire, chi più chi meno, padroni della lingua. Interamente girata in interni, sviluppata attraverso camere a mano, steadycam e carrellate laterali, La mia classe si delinea come un insieme di punti di fuga che rispondono a un'unica prospettiva, quella di chi, attraverso una vera e propria indagine sociale, cerca, se non la comprensione, almeno il rispetto.



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