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Blackfish

26/05/2014 11:00

Martina Calcabrini

Recensione Film,

Blackfish

Nel 2009, Louie Psihoyos, realizzando The Cove – La baia dove muoiono i delfini, aveva filmato il maltrattamento dei mammiferi marini in Giappone, riscuotendo u

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Nel 2009, Louie Psihoyos, realizzando The Cove – La baia dove muoiono i delfini, aveva filmato il maltrattamento dei mammiferi marini in Giappone, riscuotendo un imprevisto successo di pubblico e vincendo addirittura l’Oscar per il Miglior Documentario. Seguendone le orme, Gabriella Cowperthwaite, volendo denunciare la violenza fisica e psicologica che i proprietari di SeaWorld - la catena di prolifici parchi acquatici americani - effettua sulle orche, firma un documentario crudo, schietto e violento che mostra i soprusi subiti dai predatori marini, privati dei propri familiari e rinchiusi in ristrette gabbie di cemento.


24 febbraio 2010, SeaWorld, Orlando. L’esperta addestratrice Dawn Brencheau viene uccisa da Tilikum, l’orca marina con cui lavorava da qualche anno. Inizialmente viene dichiarato che la vicenda sia frutto di un incidente ma, davanti alle testimonianze degli spettatori, la SeaWorld è costretta a cambiare versione facendo comunque ricadere la colpa su un errore della donna. Due anni più tardi, il giudice federale decreta che addestratori e animali marini debbano esibirsi soltanto se divisi da barriere artificiali.


Enormi piscine vetrate circondano i visitatori di SeaWorld. Le orche marine, coinvolte in suggestivi e scenografici spettacoli di intrattenimento, accolgono il pubblico con la loro mastodontica presenza scenica. Ammaliato dai loro esercizi ginnici e dalle loro pirotecniche esibizioni, lo spettatore rimane estasiato dall’intesa e dalla sincronia che quelle creature creano con i loro istruttori, fondando relazioni quasi sentimentali. Ma niente è come sembra e nessuno è come appare: gli allenatori, lontani dalle scene, utilizzano punizioni, torture e privazioni di cibo se gli animali non rispettano i loro comandi o falliscono un numero. Ecco quindi che le orche, frustrate, annoiate e deluse dalla mancanza di apprezzamento dei loro partner, finiscono per sfogare la loro rabbia contro le prede umane. Quello di Dawn Brencheau non è stato un caso isolato: prima di lei subirono la stessa sorte anche Keltie Byrne, John Sillick, Daniel Dukes e lo spagnolo Alexis Martinez. Soltanto Ken Peters riuscì ad evitare la tragedia: forse per un colpo di fortuna, forse per la sua abilità, oppure, semplicemente, perché l’affetto che l’orca nutriva per lui era più forte dei suoi istinti omicidi. La stampa e i proprietari di Sea World, ovviamente, misero a tacere le voci circa la pericolosità delle orche e incolparono l’incompetenza o l’avventatezza degli istruttori. Nessuna morte poteva rischiare di fare affondare l’impresa miliardaria dei loro parchi acquatici. Amareggiata dalla crudele verità, dunque, la regista decide di far luce sulla vicenda, cercando di smascherare i reali carnefici ed onorare le vere vittime. Alternando riprese amatoriali, footage e interviste ad animalisti, trainer e cacciatori che, nei lontani anni ’80, furono ingaggiati per catturare le orche, la donna mostra come l’essenza di quel macrocosmo venga modificata e distrutta dalla troupe di SeaWorld che, rifiutandosi di rilasciare dichiarazioni, si attiene al silenzio stampa. Blackfish, dunque, inquadratura dopo inquadratura, si rivela un ottimo documentario che, sfruttando la forza suggestiva delle musiche di Jeff Beal (Appaloosa), fa appello alla coscienza di tutti gli uomini affinché la loro umanità e sensibilità abbia il sopravvento sull’ambizione meramente economica.



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