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Song of Silence

30/05/2014 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Song of Silence

Jing (Yaning Ying) è una ragazzina sordomuta che, dopo essere stata affidata alla madre in seguito al divorzio dei genitori, sceglie di andare a vivere in un vi

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Jing (Yaning Ying) è una ragazzina sordomuta che, dopo essere stata affidata alla madre in seguito al divorzio dei genitori, sceglie di andare a vivere in un villaggio di pescatori insieme al nonno e allo zio materno. Jing, che non ama studiare, passa quasi tutto il suo tempo sulla barca dello zio, che le è vicino per età. Tra i due, ben presto, l’amicizia e l’affetto parentale diviene qualcosa di nuovo, qualcosa che le leggi morali non sono pronte ad accettare. Prima che possa accadere l’inevitabile, Jing viene mandata via dal villaggio e spedita a vivere con il padre (Qiang Li). L’uomo, però, non ama molto sua figlia e quasi si dimentica di lei quando la compagna Mei (Bingbin Wu) dichiara di essere incinta. Con l’arrivo di Mei nella sua vita, Jing dovrà imparare a convivere con un’altra donna e un mondo circostante quasi sempre apertamente ostile.


Song of Silence è il nuovo film del regista cinese Chen Zhuo che arriva sugli schermi italiani a ben tre anni dalla sua produzione. Per la pellicola d’esordio Chen Zhuo dirige una storia ammantata da un profondo e invalicabile senso di solitudine. La protagonista è una ragazza che viene esclusa dal mondo sin dall’infanzia: il suo handicap la esilia in un mondo fatto di immagini silenziose, di vuoti uditivi che mutilano ogni esperienza vitale. Ma non è la sola a sentirsi abbandonata. Tutti i personaggi che Zhuo mette in scena sono in qualche modo vittime di se stesse, svigoriti da un’esistenza passata sempre ai bordi di realtà quasi incolori. Ed ecco allora che Song of Silence riesce a dare il meglio di sé quando mette a confronto le due protagoniste femminili, due ragazze quasi coetanee che la vita ha reso tanto diverse. Da una parte Jing, che impotente si muove in un mondo dove sono gli altri a scegliere per lei, con l’unica compagnia di un silenzio perenne e, a tratti, assordante; dall’altra Mei, musicista dall’aria ribelle, che sfoga i suoi sentimenti contro un suono sempre troppo alto, troppo acceso, ma che fa meno male del silenzio che avvolge Jing. Perché in quel silenzio è compreso tutto l’universo di emozioni e pensieri che la ragazza non riesce ad esprimere se non attraverso schizzi improvvisati e uno sguardo che si tuffa sempre sulla realtà circostante.


Nonostante abbia spunti interessanti e scelte registiche che ben si sposano con un racconto che fa della solitudine il proprio trait d’union, Song of Silence non è una pellicola per tutti i palati cinematografici. Quasi interamente muto, riempito di note stridenti e silenzi perpetui, la pellicola procede lenta, a tratti estenuante, mettendo a dura prova la pazienza di uno spettatore non avvezzo ad una narratologia fatta di immagini molto potenti ma scevre dell’accompagnamento sonoro di interazioni verbali. Tutto sembra essere portato all’eccesso, all’esacerbazione, allo sfinimento spirituale.



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