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Ana Arabia

13/06/2014 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Ana Arabia

Yael (Yuval Scharf), giovane giornalista, arriva nei degradati quartieri di Jaffa e Bat Yam per raccogliere informazioni su una donna ebrea divenuta famosissima

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Yael (Yuval Scharf), giovane giornalista, arriva nei degradati quartieri di Jaffa e Bat Yam per raccogliere informazioni su una donna ebrea divenuta famosissima, Ana Arabia, sopravvissuta ad Auschwitz, andata in sposa a un palestinese e divenuta madre di cinque figli. Vagando tra quelle strade isolate e ascoltando le parole di chi vi abita, Yael scoprirà l’esistenza di un luogo del mondo in cui la convivenza fra genti diverse è possibile.


Agli spettatori più fedeli di Amos Gitai, la predilezione del regista israeliano per il piano sequenza apparirà tutt’altro che una novità: dalle pellicole “giovanili” all’episodio da lui diretto in 11'09"1 September 11 sino all’apertura di Free Zone, l’indagine (anche fisiognomica) delle emozioni passa inevitabilmente per l’utilizzo di immagini tese e fisse, imperturbabili di fronte ai guizzi dell’anima come dinnanzi alla passività dei volti. In Ana Arabia, però, il piano sequenza non rappresenta più solo un artificio tecnico al servizio della tensione e, all’interno di un’ormai assodata investigazione registica dei conflitti che legano ebrei e arabi, l’unica lunghissima ripresa di quasi ottantacinque minuti che compone il più recente film di Amos Gitai diventa l’occhio esterno che segue gli abitanti del quartiere israeliano in cui la bella giornalista investiga. Raccolti come un solo popolo sotto un unico sguardo che ne compatta le storie – divise in interviste, confessioni, moti di rabbia, ricordi confusi - i personaggi interrogati da Yael diventano protagonisti di una storia collettiva che non ammette divisioni di nessun genere.


La camera di Gitai segue la reporter lungo le strade e intorno le mura diroccate dei quartieri di Jaffa e Bat Yam - isolati nel loro degrado eppure non troppo lontani da Tel Aviv - mentre domanda ai suoi interlocutori testimonianza della celebre Arabìa, personaggio tra realtà e finzione la cui vicenda ha affascinato Amos Gitai. Su dichiarazione dello stesso regista, il film è tratto dalla vera storia di Hanna Klibanov, ebrea di origine polacca nata all’interno del campo di sterminio di Auschwitz, sopravvissuta all’Olocausto e, una volta trasferitasi in Israele dopo la guerra, innamorata e sposata con un arabo che le ha dato cinque figli e venticinque nipoti. Ana Arabia, ossia “Io l’Araba”, soprannome della Klibanov, diviene per Gitai il titolo di una pellicola che, anche inquadrata nella sua complessa filmografia, rimane di difficilissima ricezione: ostico non solo nella sperimentale forma scelta, ma anche nel ritmo lento da documentario e nei contenuti, un’indagine sociopolitica e esistenziale. Concepito come una lunga conversazione fra gli intervistati e il pubblico, Amos Gitai rende omaggio a una parte rinnegata di popolo, ingabbiata fra due quartieri degradati, che pure ha realizzato una convivenza all’apparenza impossibile. Nonostante il filo della storia sia teso e nervoso, da un lato la durata eccessiva del film dall'altro i dialoghi, spesso frammentati, rendono l’andamento della pellicola zoppicante. Complice anche il coraggioso piano sequenza, l'effetto finale è un film suggestivo ma – del tutto privo di stacchi e separazioni – definitivamente noioso.



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