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Jersey Boys

18/06/2014 10:00

Marco D'Amato

Recensione Film,

Jersey Boys

Prima che i Beatles rivoluzionassero per sempre la storia della musica, negli anni ’60 due gruppi si innalzavano a portabandiera del pop e del (proto) rock made

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Prima che i Beatles rivoluzionassero per sempre la storia della musica, negli anni ’60 due gruppi si innalzavano a portabandiera del pop e del (proto) rock made in USA: The Beach Boys e The Four Seasons. Autori di numerosi singoli di successo, molti dei quali ancora celebri ai giorni nostri (Sherry, I’ve Got You Under My Skin, December 1963, Can’t Take My Eyes Off You, Grease), The Four Seasons sono protagonisti di una di quelle storie italo-americane possibili esclusivamente negli Stati Uniti degli anni’50. A portarla sul grande schermo, basandosi sul pluripremiato musical The Jersey Boys di Des McAnuff del 2005, ci pensa Clint Eastwood.


Francesco Castelluccio (John Lloyd Young, che riprende al cinema il ruolo che aveva interpretato nel musical) e Tommy DeVito (Vincent Piazza) sono due ragazzi nel New Jersey della fine degli anni’40: il primo apprendista barbiere, il secondo criminale di mezza tacca, entrambi sotto l’ala protettrice del vecchio boss del quartiere Gyp DeCarlo (Christopher Walken). La splendida voce di Francesco, che prenderà lo pseudonimo di Frankie Valli, diventa per i due l’autostrada verso il successo: formeranno prima un trio con Nick Massi (Michael Lomenda) e poi spiccheranno il volo come quartetto con il nome The Four Seasons grazie all’ingresso nel gruppo del geniale song writer Bob Gaudio (Erich Bergen), presentato al resto del gruppo da un giovane Joe Pesci (Joey Russo). Dai primi successi al boom sotto la guida del produttore Bob Crewe (Mike Doyle) fino alla caduta professionale e personale tra problemi economici, rapporti con la mafia e matrimoni finiti.


A fare da collante alla storia c’è il concetto di strada, di quartiere, inteso non solo come spazio ma anche, e soprattutto, come mentalità, come modo di fare: Frankie e Tommy partono dalla strada e quel modo di pensare gli rimane dentro a vita anche dopo il successo (i rapporti di Tommy con gli usurai, il concetto dell’errore del singolo che ricade sul gruppo, la famiglia). E la storia del “miracolo americano”, del gruppo di underdogs che dà la scalata al successo è da sempre nelle corde di Hollywood. Ma al di là dei singoli personaggi e dei loro rapporti interpersonali a fare da padrone c’è la musica pura e semplice, tra prove, registrazioni e concerti, e non poteva essere altrimenti trattandosi dei Four Seasons e di un script mutuato da un musical, omaggiato nella scena dei titoli di coda. Ed è questa una delle maggiori qualità di Clint Eastwood, capace di non fossilizzarsi mai su un genere e su un registro particolari, accettando qualsiasi tipo di sfida. I toni da commedia e i colori vintage della fotografia funzionano e hanno una presa indiscutibile sullo spettatore e, nonostante l’ottima prova degli attori (Piazza e Walken su tutti), il film riesce a intrattenere, divertire, ma mai a decollare del tutto. Sarà il nome o il curriculum, ma da Eastwood ci si aspetta qualcosa in più, sempre.


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