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Under the Skin

27/08/2014 10:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Under the Skin

In un’indefinita località scozzese, un motociclista trova il cadavere di una ragazza e ne trasporta il corpo su un’astronave...

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In un’indefinita località scozzese, un motociclista trova il cadavere di una ragazza e ne trasporta il corpo su un’astronave. Una giovane aliena (Scarlett Johansson) ne assume le sembianze e si reca sulla Terra dove, attraverso questo nuovo seducente aspetto, adesca uomini per farne prede e dunque cibo per la sua razza extraterreste.


Sotto la pelle e dietro l’aspetto etereo di Scarlett Johansson c’è una dark lady che, dopo essersi cimentata nel thriller sotto la pionieristica egida di Woody Allen, è stata conquistata dal cinema di fantascienza. Messo temporaneamente da parte il volto d’angelo dai lineamenti fiamminghi così come le sinuose fattezze di diva biondissima che le hanno dato la notorietà all’inizio della sua carriera, l’attrice si copre di un pallore alieno, di una futuristica pettinatura corvina e di poco altro per mostrarsi nuda non solo davanti alla macchina da presa di Jonathan Glazer ma anche dinnanzi a un pubblico sempre più ristretto ed esigente, quello degli amanti della sci-fi.


Giunto nelle sale circa un anno dopo la sua presentazione in anteprima alla 70° Mostra del Cinema di Venezia 2013, Under the Skin è un film di ambiziose premesse e di difficile inquadramento. Alla base c’è il romanzo omonimo di Michel Faber, una vicenda che si bea di vintagistici rimandi alle abduzioni aliene e che ripropone le belle e conturbanti extraterrestri che tanto piacevano al pubblico degli anni Ottanta. In cabina di regia, Glazer, autore atipico con soli due film alle spalle tra cui il disturbante Birth - Io sono Sean, torna a straniare lo spettatore con trame che non hanno paura di risultare scandalose, sia che si tratti di atmosfere morbose o delle immagini esplicite e carnali di quest’ultima fatica. Sebbene ripulita e abbreviata, la storia letteraria creata da Faber pare affascinare il regista britannico proprio nei suoi aspetti più grotteschi, che egli tramuta – soprattutto nel secondo tempo – in reminescenze psichedeliche che sfiorano il kitch ma rimangono coerenti con un universo generato sulla fertile terra di un immaginario fantascientifico che spazia da Kubrick a Lynch fino a Lucas e Ridley Scott. Nella realizzazione del suo terzo film, Jonathan Glazer mostra tuttavia di indugiare confusamente tra gli stili, indeciso se proseguire - come per tutto il primo tempo del film - lungo la tradizione british di un realismo in cui trovano spazio anche il romanticismo e l’indagine interiore (anche per una protagonista che ha pochissimo di umano) o abbandonarsi alle proprie fantasie, sospese in un onirismo da incubo valorizzato dalla scelta musicale di Mica Levi.


In questo caos creativo, l’unico fulcro è l’interpretazione di Scarlett Johansson. La protagonista, un'aliena che risponde perfettamente alla definizione di “procace” che Faber dava nel suo romanzo, è una presenza fisicamente prepotente senza la quale il film di Glazer – pur dotato di una visionarietà fuori dal comune, votata ai temi della fantascienza e dell’ultraterreno - sarebbe rimasto privo del suo più ipnotico elemento. La fumettistica figura femminile che sinuosamente attira lo spettatore prima in una peregrinazione attraverso una Scozia umida e inquietante e poi in una dimensione fuori dallo spazio e dal tempo - rappresentata da indistinti neri magmatici o da accecanti superfici bianche – riassume in sé antitesi perfettamente studiate, simbolismi ed evocazioni mitologiche della bestialità. Mantenendo saldo il contrasto tra una sensualità apparente e la profondità di uno sguardo superbamente vitreo che l’attrice riesce a mantenere estraneo (o sarebbe più etimologicamente corretto dire “alieno”) per l’intera durata del film, ma soprattutto nelle scene più specificatamente sentimentali ed erotiche, la feroce extraterrestre di Scarlett altro non è che una modernissima sirena che attira le sue prede maschili con un fascino irreale. Lungi dall’essere solo decorativa, la bellezza della sua protagonista costituisce in Under the Skin un fattore imprescindibile attorno cui ruota la studiata metafora che offre il titolo alla pellicola. Ciò che infatti, diversamente dall’immagine cinematografica, il romanzo originario di Faber non sarebbe stato in grado di fare era rendere in maniera così ostinata, tematicamente ma soprattutto visivamente, il simbolismo che si cela dietro all’elemento della pelle – ricercato soprattutto nelle sequenze dell’incontro tra la bella aliena e l’umano deforme – rivestimento esteriore con cui camuffare o rivelare la mostruosità.



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