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Hungry Hearts

11/09/2014 11:00

Valentina Pettinato

Recensione Film,

Hungry Hearts

Ben due i premi vinti da una delle pellicole italiane presentate in concorso alla Mostra del cinema di Venezia...

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Ben due i premi vinti da una delle pellicole italiane presentate in concorso alla Mostra del cinema di Venezia. Hungry Hearts, il nuovo lavoro del cineasta Saverio Costanzo, prima spacca la critica, poi si porta a casa due coppe Volpi, una per il protagonista maschile Adam Driver, l’altra per l'interpretazione femminile di Alba Rohrwacher. Ancora, è la narrativa a ispirare il regista. Tratto da un romanzo di successo, Il bambino indaco di Marco Franzoso, il film racconta la storia d’amore (frettolosa) tra due giovani ragazzi, alle prese con la maternità ai tempi della cultura vegan. Il bambino, durante le fasi della gravidanza, viene considerato come un "indaco", un prescelto. Da qui il tentativo matto e disperato della madre di preservarlo e non contaminarlo con alcunché di artefatto. 


Dal discusso esordio con Private, passando per In memoria di me, fino al più affine La solitudine dei numeri primi, Costanzo con Hungry Hearts approda a New York. Mina (Alba Rohrwacher) è italiana, Jude (Adam Driver) è newyorkese. Dopo un surreale e claustrofobico incontro, si innamorano e si sposano. Mina rimane incinta e una guida spirituale le annuncia che partorirà un bambino “indaco”. Convinta che il cibo "industriale" possa nuocergli, la madre lo alimenta con prodotti del proprio orto casalingo, tenendolo lontano dalla luce, da altri esseri umani, da controlli medici. Quando Jude inizia a scorgere nelle difficoltà di crescita del bambino le nevrosi di una madre malata, decide di portarlo contro la volontà di quest'ultima da un pediatra che gli diagnostica uno stadio avanzato di malnutrizione. Da qui un incontro di box alimentare tra moglie e marito, senza esclusione di colpi bassi, si conclude in un triste, inevitabile, epilogo.


Molto interessante e piacevole, la prima parte del film si apre con un piano sequenza in cui i due protagonisti fanno conoscenza in un contesto poco ameno: sono bloccati infatti nel bagno di un ristorante. Con una fotografia in 16mm, il film inizia a snocciolare dialoghi brillanti e a catturare l’attenzione dello spettatore con una colonna sonora spiazzante che passa da "Tu si na cosa grande" a un’inaspettata Flashdance. Del resto Hungry Hearts è un film in costante trasformazione: prima ruzzola veloce verso un triste drammone familiare, poi accarezza il tentativo di un thriller malriuscito a causa di calcati tratti grotteschi che deviano lo spettatore in sprazzi di non voluta e fraintesa comicità. Troppi i pezzi fuori tono. Le inquadrature dal basso, il vago carico emotivo, il flebile guizzo narrativo non riescono a sostenere il tema in realtà molto originale e interessante: descrivere gli sparuti sprazzi di stabile contemporaneità, ormai annacquati in preoccupanti derive pseudosalutiste. Non disturba la commistione tra l'horror e il thriller - che a Costanzo piace tanto - ma sono troppi e difficoltosi gli elementi schizofrenici, a partire dall’incursione nella trama di una nonna psychokiller che potrebbe ricordarci un personaggio di David Lynch, se non fosse che anche qui si è impegnati a trattenere qualche risata. Sta bene che a Costanzo importi poco di inserire il film in un genere prestabilito e sta bene anche il coraggio, che va apprezzato nei suoi tentativi di sperimentazione. Ma in questo caso troppi i tentativi, pochi i risultati. Le pozioni miracolose come lo Yolax ci ricordano (male) Rosemary’s Baby. Tracce di psicanalisi tra un pasto e l’altro, buffi cervi nei sogni premonitori. L’essere genitori ‘biologici’ ai tempi delle correnti alimentari non ha più il senso di una volta: interessante, ma troppe le distrazioni registiche su questa pista narrativa. Peccato, perchè stavolta Costanzo aveva intrapreso la giusta via: era hungry, era foolish. Ma troppo, troppo alla lettera.



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