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La nostra terra

20/09/2014 11:00

Gabriele di Grazia

Recensione Film,

La nostra terra

Giulio Manfredonia, dopo la collaborazione con Antonio Albanese in Qualunquemente e Tutto tutto niente niente, torna al cinema con una commedia corale - ambient

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Giulio Manfredonia, dopo la collaborazione con Antonio Albanese in Qualunquemente e Tutto tutto niente niente, torna al cinema con una commedia corale - ambientata nel sud pugliese - che racconta una storia antimafia fatta di entusiasmo e piantagioni di pomodori. Protagonisti della pellicola sono Stefano Accorsi e Sergio Rubini, coppia insolita ma vincente che non riesce tuttavia a salvare una pellicola dalla trama convenzionale e dal facile stereotipo.


Puglia. Nicola Sansone (Tommaso Ragno) possiede un podere che viene confiscato dallo Stato e assegnato a una cooperativa che però, a causa di celati o dichiarati boicottaggi, non riesce ad avviare l’attività. In aiuto arriva Filippo (Stefano Accorsi) che, seppure da anni impegnato contro la mafia, non ha mai affrontato la questione “sul campo”. Tentato più volte dall'impulso di mollare tutto, Filippo viene presto affascinato dalle dinamiche interne alla cooperativa, di cui fanno parte personaggi stravaganti ma a cui si affeziona presto, come Cosimo (Sergio Rubini), l’ex fattore del boss, e Rossana (Maria Rosaria Russo), una bella ragazza che cela un passato da riscattare. Quando finalmente sembra che tutto vada per il verso giusto, a Sansone vengono concessi i domiciliari. Riuscirà l’antimafia ad assicurare un futuro a quella terra per così troppo tempo violentata?


Riprendendo la struttura narrativa di Si può fare - film del 2008 in cui Manfredonia raccontava di un sindacalista alle prese con una cooperativa gestita da ex pazienti di un manicomio - il regista ripropone una commedia dai buoni sentimenti, forse troppo politicamente corretta, spostando stavolta l’attenzione sull’ancor poco conosciuta realtà delle cooperative antimafia. L’idea di partenza è molto interessante e, per la prima mezz’ora, il film si lascia guardare con molta attenzione. Col passare dei minuti, però, ci si ritrova davanti a un’opera che annoia, dai pochi guizzi registici, dal ritmo lento e da esili trovate. I personaggi, sin troppo caricaturali e prevedibili, tolgono credibilità a una storia che, se non fosse per il carisma del solito Rubini - qui davvero ispirato, nei panni del misterioso e ambiguo fattore del boss Sansone - avrebbe ben poco da dire. Tutto appare stereotipato e forzato, dai momenti comici alla recitazione gigiona degli attori. Insieme a Rubini, si salva solo il paranoico Accorsi, perfettamente a suo agio nella splendida ma fittizia campagna pugliese (in realtà il film è stato girato nei pressi di Roma). Alla fine della visione, rimane l’importante messaggio alla base del film ma anche il rimpianto per aver perso l’occasione di sfruttarlo al meglio. Un po' poco, ma l’importante è che se ne parli.



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