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Pongo il cane milionario

19/10/2014 10:00

Martina Calcabrini

Recensione Film,

Pongo il cane milionario

Affascinato dall'idea di portare sul grande schermo una storia che esaltasse il rapporto tra uomo e animale, Thomas Fernandez, dopo aver montato uno degli episo

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Affascinato dall'idea di portare sul grande schermo una storia che esaltasse il rapporto tra uomo e animale, Thomas Fernandez, dopo aver montato uno degli episodi di 7 giorni in Havana, dirige Pongo il cane milionario, una commedia bizzarra e scanzonata fatta di battute smaliziate e gag esilaranti.


Dopo aver vinto alla lotteria, il jack russel terrier Pongo è diventato milionario. Ha comprato una casa di lusso, ha eletto Alfredo (Ivan Massaguè) suo fidato segretario personale e ha iniziato ad apparire su tutte le copertine delle migliori riviste di moda. Quando però rifiuta l'affare losco proposto dal perfido Montalban (Armando Del Rio), Pongo viene rapito. Alberto, allora, aiutato dall'avvenente Patricia (Patricia Conde), entra in azione per salvare l'animale dalle grinfie dell'uomo.


La vita di Pongo è un continuo susseguirsi di avventure rocambolesche all'insegna del divertimento, circondato da soldi, giocattoli e golosità. Quando la sua routine viene spezzata dal complotto ordito da Montalban, l'enorme casa viene svuotata di ogni rumore, suono e colore. Alberto allora - seppure scetticamente - si allea con Patricia per ritrovare il suo amico a quattro zampe. Nel tragicomico percorso verso la liberazione dell'animale, per i due ragazzi, c'è spazio anche per l'amore. Pongo, dal canto suo, riscopre la bellezza di essere accudito e amato da un unico padrone. Realizzando una sceneggiatura iperbolica e volutamente grottesca, Fernandez ha reso Pongo molto più umano di qualsiasi uomo: pieno di vizi e virtù, ma non della parola. Attraverso modesti effetti speciali e una pastosa CGI, il protagonista paventa una teatralità sopraffina e propina gag tipiche della slapstick comedy, finendo costantemente sotto i riflettori. Citando apertamente grandi cult come Il Padrino e Il silenzio degli innocenti, Fernandez crea una commedia eccentrica e surreale che, volendo celare una critica dichiaratamente sociale, finisce in realtà per fare il verso unicamente a sè stessa.


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