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Era mio padre

26/10/2014 11:00

Giulia Colella

Recensione Film,

Era mio padre

John Rooney (Paul Newman) è un boss della malavita di origine irlandese che ha fatto la sua strada in un mondo nel quale vige la legge del più forte...

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John Rooney (Paul Newman) è un boss della malavita di origine irlandese che ha fatto la sua strada in un mondo nel quale vige la legge del più forte. Al suo fianco ci sono Connor (Daniel Craig) - figlio naturale e ombroso - e Mike Sullivan (Tom Hanks) legato alla famiglia di Rooney da vincoli di servizievole affetto. In mezzo a questo mondo di uomini che compiono azioni misteriose, c'è Michael Sullivan Jr. (Tyler Hoechlin) che osserva suo padre senza riuscire a decifrarlo. Il bambino scruta attentamente i gesti precisi e sempre uguali del genitore e si chiede che lavoro svolga. Le risposte arrivano in una notte di pioggia nella quale il piccolo Michael segue Mike durante una sua missione di morte.


Poco da fare: a curare l'imperfezione di certi film ci pensa la storia. Meglio chiarire subito che Era mio padre (Road to Perdition, in originale) di Sam Mendes non è una pellicola straordinaria - piacevole, forse, persino toccante in certi passaggi - e soprattutto se confrontata col lavoro precedente del regista britannico, lo spiazzante e intenso American Beauty (1999), la differenza c'è. Eppure, pur non convincendo del tutto, questo lavoro è destinato a restare nel luccicante firmamento della storia del cinema, soprattutto grazie a un cast eccellente: Era mio padre è infatti l'ultimo film al quale partecipa Paul Newman. La sua ultima interpretazione fa da coda a una carriera nella quale hanno trovato corpo personaggi di ogni genere: buoni, cattivi, drammatici, comici. Ognuno di loro era degno di prendere vita, purché ben caratterizzato, e tanto vivo sulla carta da poter essere ospitato nel corpo del grande attore. È da questo genere di professionalità - nella quale si rispecchia un'epoca dorata di Hollywood e una scuola di pensiero che miscela indissolubilmente psicologia e tecniche di recitazione importate dal vecchio continente - che nasce la figura di John Rooney.


Del fumetto di Max Allan Collins, da cui il film è tratto, rimangono umori ed ambientazioni. Soprattutto però, la pellicola è la metafora di un viaggio. La fuga necessaria da tutto ciò che è conosciuto, per salvare la propria vita e riuscire a recuperare il rapporto padre-figlio, affrontando le conseguenze delle mancanze genitoriali. Sam Mendes sceglie di affrontare il tema della paternità a tutto tondo e, per questo, risolve la narrazione contrapponendo la risoluzione della relazione tra i due Michael alla definitiva discesa agli inferi della coppia formata da John e Connor. Ciò che ne risulta è una pellicola generalmente riuscita, lontana dalla perfezione stilistica di American Beauty soprattutto a causa delle ingenuità retoriche della sceneggiatura di David Self. Restano comunque le atmosfere coinvolgenti e il fascino di cattivi ed eroi neri così magistralmente sfaccettati da arrivare a essere un monito riguardo la complessità del rapporto tra Bene e Male e tra genitori e figli.


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