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Totò che visse due volte

29/10/2014 12:00

Costanza Gaia

Recensione Film,

Totò che visse due volte

Nel 1998 Daniele Ciprì e Franco Maresco - già noti al pubblico per Cinico TV, programma RAI dove i due registi siciliani tenevano finte interviste a uomini squa

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Nel 1998 Daniele Ciprì e Franco Maresco - già noti al pubblico per Cinico TV, programma RAI dove i due registi siciliani tenevano finte interviste a uomini squallidi e sconsolati - dirigono Totò che visse due volte. Diviso in tre episodi, il film può vantare niente meno che una denuncia per vilipedio alla religione e un processo da cui, però, uscì indenne. La censura, che voleva addirittura impedirne l'uscita, si accontentò infine di vietarne la visione ai minori.


Dissacrante sin dalla prima inquadratura, il film è un attacco sistematico alle tematiche religiose. Non hanno paura, i due registi, di mettere in mostra tutto ciò che di solito viene nascosto, non abbassano lo sguardo e - anzi - lo portano al livello di stagni fangosi dove grufolano porci e sguazzano topi e puntano la telecamera in bagni pubblici e cinema a luci rosse. Un Gesù Cristo laido e sboccato, detto Totò, chiama "picciotti" gli apostoli e anziché in croce morirà sciolto nell'acido. I personaggi -pietosi, malnutriti, offesi dalla sfortuna e dalla vita - sono così simili ai poveri di spirito del Vangelo che Ciprì e Maresco ne fanno dei santi, sebbene la distanza tra loro e la redenzione rimanga siderale. Per questi umili siciliani le preghiere sono solo cantilene vuote, il prossimo è un pezzo di carne da massacrare, gli ornamenti sacri diventano oggetti da rubare e vendere per una marchetta. Come Lazzaro, che promette vendetta al Messia che lo ha resuscitato, le anime peccatrici non hanno nessuna voglia di essere salvate o perdonate e Cristo, dal canto suo, non se ne cura: "Fui mandato" si giustifica, cavandosi dalla responsabilità delle proprie azioni. Anche lui è una vittima impotente.


Uomini affamati e umiliati finiscono i loro supplizi sulla croce, vegliati da tre Marie che non smettono mai gli abiti del lutto: non è importante su cosa e per chi pregare, ciò che conta è avere un'icona su cui disperarsi. I due registi non si limitano a rompere il tabù e a fare scoppiare la bomba ma, con i resti fumanti dell'ordigno esploso, mettono insieme un mondo ferito e devastato. Le persone che lo abitano sono dei Frankenstein di vita, mostri spettinati composti dei brandelli di ciò che è morto. Al cinema il freak è colui che fa chiudere gli occhi allo spettatore terrorizzato, ma al contempo ne eccita lo sguardo avido e sovrastimolato dalle forme storpiate. Sciacallaggio, violenza, fame: è questa l'unica trinità cui si appellano i personaggi di Ciprì e Maresco, ombre che si muovono nell'indifferenza del divino e che difficilmente erediteranno il regno dei cieli.


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