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Una folle passione

30/10/2014 12:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Una folle passione

Stati Uniti, anni ’30...

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Stati Uniti, anni ’30. George Pemberton (Bradley Cooper) è un ricco possidente del North Carolina deciso a estendere i suoi domini nel commercio del legname, Serena (Jennifer Lawrence) è una giovane con un passato da dimenticare e un nuovo avvenire da costruire. I due si sposano e intrecciano, oltre a un patto sentimentale, importanti affari che li portano a diventare soci e a investire in foreste e terreni. I problemi però non mancano e tra le difficoltà del mestiere e i tempi duri, anche la relazione fra George e Serena presto piomberà in un baratro.


Prima che decidesse di dedicarsi al melodramma in costume, innocuo e irrilevante, Susanne Bier era una regista il cui algido sguardo cinematografico rivelava una capacità d’analisi delle relazioni umane tutta scandinava, persino un po’ bergmaniana. Con la pellicola Things We Lost in the Fire (Noi due sconosciuti, nella versione italiana) la Bier aveva diretto Halle Barry e il magnetico Benicio Del Toro con garbo e lucidità già meno evidenti nei film appena successivi. Ancora però mai nessun’opera della regista danese era stata così superficialmente hollywoodiana come Una folle passione, titolo nostrano che rispetto alla versione originale - semplicemente Serena, come dall’omonimo romanzo da cui il film è tratto – se possibile rende ancora di più l’atmosfera rosea e disimpegnata di cui la pellicola è pervasa.


Evitando di scomodare i pomposi drammi della Hollywood classica (cui forse Una folle passione voleva timidamente ispirarsi) il riferimento più immediato va a quella letteratura femminile da edicola: romantica e inverosimile. Tra matrimoni turbolenti, cavalcate, animali selvaggi, violenza da old America e figli (in)desiderati, già forse il soggetto di partenza – il romanzo di Ron Rash – presentava qualche perplessità. Alla discutibile urgenza che potesse avere questo adattamento (compresi i numerosi dubbi che solleva la sceneggiatura di Christopher Kyle) fa sicuramente da corrispettivo ogni aspetto sbagliato del film della Bier che, dalla direzione degli attori alle scelte tecniche, appare antico e retorico. Bradley Cooper e Jennifer Lawrence si trovano stavolta inerti e intrappolati nei loro personaggi bidimensionali. Le uniche poche fiammate del film sono tutte malie della protagonista Serena, o meglio della Lawrence, che davvero tutto può al cinema, persino riuscire a sollevare quel poco di interesse spettatoriale verso una protagonista austeniana che sembra scritta per uno sceneggiato televisivo. Non basta infatti replicare il magnifico due Cooper/Lawrence – per la terza volta insieme in pochi anni, dopo Il Lato Positivo e American Hustle - per realizzare un prodotto riuscito. Nonostante i due protagonisti, infatti, il film di Susanne Bier è un’opera superata e del tutto estemporanea, non solo rispetto alle storie che il cinema ultimamente ha interesse di raccontare ma anche al modo in cui queste vengono dirette.



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