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Viviane

18/11/2014 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Viviane

Una vicenda kafkiana...

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Una vicenda kafkiana. Il processo che ha per protagonista Viviane è ancora più surreale di quello che ispirò lo scrittore ceco, in quanto reale e tragicamente attuale. I fratelli Ronit e Shlomi Elkabetz dirigono un trial movie che racconta l'odissea del divorzio in Israele, dove storie comuni di matrimoni falliti diventano veri e propri casi attraverso l'uso confuso di una legge religiosa obsoleta, maschilista e profondamente inadempiente.


Viviane Amsalem (Ronit Elkabetz) da tre anni prova, senza successo, a ottenere il divorzio dal marito Elisha (Simon Abkarian). L'unica autorità investita del potere di concederglielo è il tribunale rabbinico, soggetto a una legge religiosa che si rivela però non solo inefficace ma anche di facile raggiro per manipolatori come Elisha.


L'avventura del divorzio torna protagonista del cinema mediorientale: dopo il bellissimo Una separazione dell'iraniano Asghar Farhadi – in realtà, più una riflessione sui doveri familiari che una trama legal – stavolta tocca ai fratelli Elkabetz dirigere il dramma di una donna in lotta con il proprio, scaltro, marito per ottenere la separazione dal tribunale e uscire di conseguenza dallo status indefinito e emarginato che la società ebraica integralista riserva alle donne che non vivono più con il loro sposo. Inutile dire che la vicenda del film non arriva neanche a equiparare la tensione narrativa dell'opera di Farhadi: Ronit Elkabetz, regista, sceneggiatrice e inteprete, risulta più originale come attrice che come autrice. Nonostante la candidatura da parte di Israele di Viviane come proprio alfiere nella corsa all'Oscar, nel film degli Elkabetz la vera forza ripone non tanto nella scrittura - ben poggiata sugli stereotipi del racconto di rivalsa femminile - quanto nella sua affascinante protagonista. Con un'espressività che ha poco di occidentale, per capacità di riempire con un solo sguardo tempi cinematografici sufficientemente lenti da dissuadere lo spettatore più temprato, Viviane è un personaggio con cui è difficile non empatizzare: così forte, moderna e motivata, contro una società che non le sta al passo, la solidarietà del pubblico femminile sarà assicurata già dai primi minuti. Del resto, lo stile registico degli Elkabetz è un lungo faccia a faccia – letterale – tra gli attori e la macchina da presa: il pubblico è sempre interlocutore non solo dei protagonisti ma anche di comprimari che, inquadrati attraverso primi e primissimi piani, confermano la cura fisionomica che i registi ripongono nella scelta del loro cast. Dopo aver narrato la nascita e la complessa gestione di un'identità familiare nelle pellicole To Take a Wife (2004) e Les sept jours (2008), Ronit e Shlomi Elkabetz raccontano, coerentemente, la fatica di distruggere qualcosa che si erge nella società con tanta fatica. Viviane è l'ultimo tassello di un affresco politico che racconta la complessità di Israele, un ritratto claustrofobico che riesce a rendere piuttosto bene la prigionia della protagonista in un sistema che incarcera le sue donne.



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