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Trash

04/12/2014 12:00

Maila Miotto

Recensione Film,

Trash

Stephen Daldry non vanta un gran numero di lungometraggi nella sua carriera cinematografica, ma sicuramente tutti ricordano i grandi successi di Billy Elliot, T

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Stephen Daldry non vanta un gran numero di lungometraggi nella sua carriera cinematografica, ma sicuramente tutti ricordano i grandi successi di Billy Elliot, The Hours e The Reader. Il 2014 è l’anno di Trash, adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Andy Mulligan. A spalleggiarlo nella realizzazione di quest'opera più recente ci sono lo sceneggiatore Richard Curtis e una troupe brasiliana utile a dare “credibilità etnica” all’operazione. Particolarmente interessanti le figure dei tre attori protagonisti: Rickson Tevez, Eduardo Luis e Gabriel Weinstein arrivano, infatti, direttamente dalle favelas brasiliane.


Tre minorenni si trovano in una favela di Rio De Janeiro, a lavorare nella discarica vicino casa, quando uno di questi trova un portafoglio con dei soldi e una chiave. La chiave è l’inizio di tutto e apre ai tre ragazzi le porte per scoprire la verità sulla situazione politica del paese. In pericolo ci sono però adesso le loro stesse vite.


Una trama da action movie in un film che di hollywoodiano sembrerebbe non avere nulla. Proprio questo mix di generi ha fatto sì che Trash fosse da qualcuno apprezzato per il ritmo godibile e, al contempo, screditato in quanto giudicato troppo "leggero" per una tematica tanto impegnativa. In realtà la leggerezza è solo un'impressione: la particolarità dell'opera di Daldry sta proprio nella capacità di trasmettere un messaggio forte e presentare situazioni drammatiche, avvincendo anche i meno cinefili. Trash è una pellicola eccezionale che tiene lo spettatore incollato allo schermo impaurito e preoccupato, senza tuttavia perdere mai quella sorta di fiducia incondizionata nei protagonisti e nella storia. Il film parla infatti anche di questo, della fede che guida i tre giovani eroi nella ricerca della giustizia e del vero e li rende certi della riuscita della loro missione. La storia intera è presentata con una neutralità disarmante in cui non c'è spazio per il giudizio ma, piuttosto, per una presentazione dei fatti come accadimenti che “devono essere compiuti”. Anche per questo, Trash non è uno di quei lungometraggi che lascia l’amaro in bocca o che disgusta per la brutalità delle azioni: fino alla fine, prevale il sorriso e la gratitudine verso quei tre ragazzi che lottano senza domandarsi il perchè ma solo guidati dalla rettitudine delle proprie azioni. Non è un documentario sulle favelas, ma semplicemente un film che narra una storia. Ciò non toglie, però, che anche un racconto possa seminare in ognuno un sentimento di riscatto e di giustizia.



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