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Master of the Universe

19/12/2014 12:00

Giulia Colella

Recensione Film,

Master of the Universe

Qualcuno un giorno avrà il coraggio di chiedere conto dell’orrenda crisi economica (nella quale siamo immersi da ormai da quasi dieci anni) ai veri responsabili

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Qualcuno un giorno avrà il coraggio di chiedere conto dell’orrenda crisi economica (nella quale siamo immersi da ormai da quasi dieci anni) ai veri responsabili, i cosiddetti "Signori dell’Universo". Brokers finanziari, speculatori di borsa, dirigenti di banca pronti a succhiare fino all’ultima fibra di midollo dalla società per appropriarsi del lavoro altrui senza il minimo rispetto. Tra questi vampiri in giacca e cravatta c’è anche Rainer Voss, un uomo apparentemente come gli altri, sulla cinquantina e con lo sguardo severo nascosto da un paio di spesse lenti, un ex burattinaio dell’economia nazionale. Solo, dentro il grattacielo di Francoforte - che una volta ospitava la società per la quale lavorava - viene messo alle strette dalla macchina da presa di Marc Bauder, che dirige un documentario estremamente radicale.


Il giudizio del regista sulla vicenda nasce ben prima della narrazione. Il racconto non deve classicamente esplorare la realtà, ma far cadere il velo di bugie e ipocrisie per giungere a una verità che conduca ad un verdetto inappellabile. Tra queste intenzioni si colloca un protagonista che, pur cercando la complicità di autore e pubblico, esibendo la propria umanità a più riprese, rimane sempre sul banco degli accusati: l’intera pellicola sembra infatti essere un particolarissimo processo nel quale è l'intera società a indossare la veste del giudice, ma anche quella della parte lesa. Così come Rainer Voss è spinto a interpretare sia il ruolo dell’accusato che del testimone. Questa dicotomia basterebbe da sola a rendere il lavoro di Bauder pregevole, ma è la rara costruzione estetica a farne un opera eccellente. Il grattacielo in disuso nel quale il trader racconta sè stesso e il suo mondo rappresenta lo stato emotivo di desolazione nel quale si cade dopo essere stati abbandonati dal sistema: gli ambienti vuoti costituiscono un’efficace concretizzazione visiva dell’evanescenza della finanza. Inanimate entità durante il giorno - quando invece il mondo non fa che brulicare - è solo nell’ombrosa quiete della notte che esse tornano a essere vive. Il grattacielo è un moderno Panopticon nel quale sorvegliante e sorvegliati si scambiano continuamente. La funzione che lo spazio assume non può essere solo quella meramente scenografica, ma acquisisce valore nella sua natura di significante principale del film. Il protagonista si trova chiuso in un limbo aldilà dei confini dello spazio e del tempo, quasi fosse impedito a uscirne: al contempo quella stessa cornice diventa è il tribunale dentro il quale si negozia la responsabilità dell’accusato.


Vi è una certa puntualità tematica nelle domande che vengono poste, il che porta Rainer Voss a dire spesso molto più di quanto gli piacerebbe. Il prodotto finale diventa allora estremamente più intenso di quanto potrebbe apparire a prima vista, trascendendo i paradigmi della semplice inchiesta giornalistica e diventando cinema a tutti gli effetti. La macchina da presa indugia per riempire i vuoti di silenzio, senza mai tuttavia lasciarsi intrappolare dalla facile retorica del non luogo. Il risultato mette lo spettatore a confronto con un argomento respingente, ma indispensabile per comprendere il mondo contemporaneo. È sempre difficile parlare alle masse di alta finanza e di economia, ma mentre il protagonista/imputato osserva alla televisione alcuni brani del processo Lehmam Brothers, si ha la consapevolezza che si trovi in una dimensione così lontana dalla realtà che se l’uomo medio non fa qualcosa per comprenderlo e modificarlo ne sarà per sempre succube.



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