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L'immagine mancante

05/01/2015 12:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

L'immagine mancante

Rithy Panh, documentarista cambogiano, era solo un bambino quando i khmer rossi guidati da Pol Pot entrarono nella capitale Phnom Penh, svuotandola di ogni cosa

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Rithy Panh, documentarista cambogiano, era solo un bambino quando i khmer rossi guidati da Pol Pot entrarono nella capitale Phnom Penh, svuotandola di ogni cosa e deportandone gli abitanti - ritenuti figli del sistema capitalista - nelle campagne. Qui Rithy e i suoi familiari, così come migliaia di persone "da rieducare", sono stati costretti a estenuanti lavori nei campi e a privazioni di ogni genere. Uno dopo l'altro, i genitori, i fratelli e le sorelle di Rithy muoiono di stenti e di dolore, lasciandolo solo in una dura lotta per la sopravvivenza.


In molti ricorderanno Urla dal silenzio, bellissimo film (vincitore di tre Premi Oscar) diretto nel 1984 da Roland Jaffè, che mostrava la degenerazione di una rivoluzione partita con ideali condivisibili ma ben presto trasformatasi in una cruenta dittatura comunista. Di filmati d'archivio riguardanti quei tragici giorni non vi è traccia: tutti i documentari infatti erano a opera del regime di Pol Pot e nascondevano agli occhi del mondo e del suo stesso popolo la cruda realtà. Ecco allora spiegato il titolo L'immagine mancante, sia la particolare scelta stilistica di questo doc firmato proprio dal sopravvissuto Rithy Panh. Il regista ricorda il suo passato tramite una messa in scena ricreata rendendo protagoniste delle statuine dipinte a mano e rappresentanti i vari parenti o amici dell'autore. Con un voice-over costante, necessario a raccontare al meglio questi ricordi dolorosi, in un percorso catartico che raggiunge vette emotive strazianti che toccano nel profondo, la pellicola apre una porta su una pagina di storia spesso dimenticata e/o trasfigurata dai seguaci di certe ideologie. Una narrazione che si muove tra quadri surreali che intersecano artifici e memorie, alternate a filmati girati ad hoc dalla dittatura rivoluzionaria dei Khmer Rossi in un contrasto forte che indigna a più riprese. In questo percorso a ritroso, Pahn ripropone più volte l'immagine di un'onda che finisce per assumere più siginficati: da una parte, il passato troppo spesso obliato dal mondo esterno; dall'altra una sorta di pace che, nonostante tutto, riesce ad attenuare un dolore incolmabile sepolto nell'animo.



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