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Il conformista

19/01/2015 11:00

Giulia Colella

Recensione Film,

Il conformista

Marcello Clerici (Jean-Louis Trintignant) è un filosofo e una spia fascista in procinto di sposarsi con la frivola e appassionata borghese Giulia (Stefania Sand

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Marcello Clerici (Jean-Louis Trintignant) è un filosofo e una spia fascista in procinto di sposarsi con la frivola e appassionata borghese Giulia (Stefania Sandrelli). Durante il viaggio di nozze a Parigi viene chiesto al novello sposo di avvicinare e assassinare, per conto del regime, un suo ex professore universitario. Il compito diventa improvvisamente complicato non appena Marcello conosce Anna (Dominique Sanda), la bella moglie della sua futura vittima, e se ne innamora senza immaginare che le attenzioni della giovane donna sono in realtà divise equamente tra lui e Giulia.


Caposaldo assoluto del cinema d'autore italiano, Il conformista è verosimilmente il miglior film di Bernardo Bertolucci. Nonostante questo progetto venga prima dei grandi successi internazionali del regista, sono qui già presenti e affrontati con rarissima lucidità tutti i temi che gli saranno propri. Tratta da un romanzo di Alberto Moravia, quest'opera sviscera ogni piega del fenomeno del conformismo e lo fa prima attraverso l'esaltazione limpida delle contraddizioni insite in questo comportamento e poi mettendone in luce il contrasto tra due tipi differenti. Se da una parte si riscontra il tormento del protagonista nel tentativo di assomigliare a tutti gli altri, per espiare un'antica colpa; dall’altra questo proposito incontra la morale fascista, distorsione di ogni umana tendenza alla virtù. E allora anche la fotografia di Vittorio Storaro non può che sconvolgere il punto prospettico e obbligare lo spettatore a seguire il passo di Marcello attraverso un'immagine distorta, sregolata e, ancor prima, a incontrarlo mentre una luce al neon illumina a intermittenza di rosso il suo volto crudelmente segnato dal peccato. Il montaggio di Franco Arcalli, ricco di oscillazioni temporali, conduce per mano dentro e fuori dalla vicenda principale: improvvisamente lo spettatore realizza di non stare guardando un film sulla politica, ma la proiezione di un terrore che si tramuta in azione ed inquietudine. Solo le lunghe e irreali ombre generate dalla luce riflessa sugli schiavi della caverna di platoniana memoria possono esistere nel quartiere romano dell'Eur. Marcello e Giulia sono prigionieri che vedono luce e verità a Parigi, ma che non possono abitare quel mondo perché riportati nella grotta a causa di un simbolico strattone alle catene sferrato dal personaggio di Manganiello (Gastone Moschin). Bertolucci sembra voler avvertire lo spettatore che anche questa seconda realtà è artefatta, perché caratterizzata dai costumi intellettuali piccolo borghese. Solo la voce intima della coscienza ha il potere di liberare dalle prigioni nelle quali la società costringe. I tormenti e le illusioni, lecite e illecite, inseguono sempre e ovunque. Nessun tango, nemmeno l’ultimo a Parigi, le spazzerà via. Un capolavoro che parla, ancora, non solo della Storia o del fascismo, ma anche dell'arte come mezzo e fine della salvezza.


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