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Il nome del figlio

27/01/2015 11:00

Giulia Colella

Recensione Film,

Il nome del figlio

La luce stanca del tramonto accarezza teneramente Roma...

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La luce stanca del tramonto accarezza teneramente Roma. Simona (Micaela Ramazzotti), scrittrice, tenta di concludere l’ennesima intervista radiofonica senza incappare in figuracce che denuncino la sua umile origine e la sua proverbiale ignoranza; nel frattempo la cognata Betta (Valeria Golino) prepara un’elaborata cena e si occupa dei bambini, aspettando che il marito Sandro (Luigi Lo Cascio) smetta di twittare, che l’amico Claudio (Rocco Papaleo) arrivi per consigliarla e che il fratello Paolo (Alessandro Gassman) porti notizie sull’ecografia fatta dalla moglie nel pomeriggio. Da un terrazzo della periferia, incombono sulla città i Pontecorvo: ultimi esponenti di un’altolocata famiglia dal prestigioso passato, che combatte la lotta di classe dalla trincea della borghesia con sincero e appassionato fervore. Sebbene diversi, nonostante le idiosincrasie e debolezze di ciascuno, tutti si vogliono bene e si stimano. Almeno finché Paolo non comunica il nome che lui e Simona hanno scelto per il nascituro, un nome troppo politicamente scorretto per non spingere i presenti a innalzare una serie di barricate ideologiche precotte a sostegno della democrazia.


Non si tratta (più) di una commedia di satira. Nella versione italiana di Francesca Archibugi il testo teatrale Le prénom di Alexandre de la Patellière e Matthieu Delaporte - da cui gli stessi drammaturghi già hanno tratto nel 2012 un adattamento per il grande schermo intitolato Cena tra amici - non ha più la volontà di ridicolizzare la classe borghese di sinistra a suon di dialettica e sarcasmo. Il nome del figlio - sceneggiato dalla Archibugi con Francesco Piccolo - non guarda ai personaggi con lo spietato cinismo del suo precedente francese. Da una parte la ragione di questa differenza sostanziale è da rintracciare nel complicato rapporto degli italiani con la sinistra intellettuale, spesso accusata di complicità con la temuta disfatta sociale del Paese e quindi autenticamente detestabile. Ciò però non basta a spiegare la tristezza dei protagonisti, le loro espressioni perennemente affrante, la loro intensa desolazione e la compassione con la quale la macchina da presa li osserva. Non può esserci commedia ne Il nome del figlio perché, rispetto alla distaccata critica della versione originale, emerge qui il tragico riflesso nel quale gli autori italiani hanno paura di riconoscersi. Dal momento che sarebbe ipocrita puntare il dito contro se stessi, solo all’estranea Simona spetta il compito di emettere giudizio e ai Pontecorvo non resta che riflettere su come hanno saputo essere figli, fratelli, amici. Il passato, mostrato attraverso numerosi flashback, diventa una caleidoscopica dimensione nella quale si trova la radice delle loro mancanze come adulti, certo, ma anche come cittadini.


La regista tenta di andare molto oltre il profilo originale dell’opera, portandola sul piano personale e riavvicinandola a un tipo di dramma da camera tipicamente italiano. Apprezzabile lo sforzo di uscire dal salotto di Betta e Sandro per non rendere la vicenda eccessivamente verbosa o claustrofobica (come avviene nel film di Enzo Monteleone, Due partite). Dove il film riesce meno è invece nel catturare la temperatura della discussione in certi passaggi: i personaggi non si arrabbiano, il che rende macchinose alcune argomentazioni, e nessuno attacca se non si sente offeso per primo. Né remake, né commedia, Il nome del figlio rappresenta piuttosto un prodotto commerciale ben ragionato e accompagnato dall’ottima prova di cinque bravi attori italiani.


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