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Un ragazzo d'oro

09/02/2015 12:00

Alessia Bertolino

Recensione Film,

Un ragazzo d'oro

Davide Bias (Riccardo Scamarcio) convive con un costante senso di ansia e inquietudine che cerca di soffocare con psicofarmaci e contando ossessivamente i suoi

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Davide Bias (Riccardo Scamarcio) convive con un costante senso di ansia e inquietudine che cerca di soffocare con psicofarmaci e contando ossessivamente i suoi stessi passi. Pubblicitario e discreto scrittore di racconti brevi, compete silenziosamente con il proprio padre, autore di sceneggiature di successo e improvvisamente morto suicida. Il tentativo di riconciliazione, per mettere fine a “un rapporto orrendo”, fatto di dura rivalità, porterà il giovane a impossessarsi gradualmente dell’identità paterna: dall’aspetto fisico agli atteggiamenti nevrotici e violenti che lo porteranno all’alienazione.


Pupi Avati crea qualcosa che spicca per diversità tra alcune delle opere precedenti (La casa dalle finestre che ridono; Balsamus; Zeder): una dissomiglianza che lo ha portato ad aggiudicarsi il premio come migliore sceneggiatura dell’anno. Il regista si dedica al drammatico, dirigendo personaggi apparentemente disuniti tra loro, ma accomunati dalla stessa condizione di insicurezza e rassegnazione. La narrazione procede con andamento forzatamente meccanico, tutt’altro che scorrevole e spontaneo. Il finale di stampo felliniano, inconcludente come la vita stessa, lascia tutte le ferite aperte: il gusto amaro dell’isolamento, la volontà di abbandonarsi all’inclemenza della vita. Un ragazzo d’oro, sulle note leggere e quasi sussurrate di Raphael Gualazzi, mostra le questioni familiari irrisolte di un uomo che - inevitabilmente - eredita dal padre incompiutezza e vizi, tanto rimproverati quanto presi a modello. La trasposizione cinematografica del detto “tale padre, tale figlio!”. Un’aspra denuncia rivolta al potere subdolo e deformante dello spettacolo, talvolta capace di trasformare un brillante romanzo in una volgare messinscena.


La fotografia cupa e grigia riflette una realtà plumbea nella quale sono immersi personaggi dissimili, interpretati da un cast eterogeneo ma ben costruito. Interessante la scelta di Sharon Stone in un ruolo non di primissimo piano, ma necessario a tutta la narrazione. Non altrettanto indovinato il doppiaggio: la non corrispondenza labiale-vocale distoglie l’attenzione dal racconto e disturba con una voce pseudo acusmatica che sembra provenire da fuori l’inquadratura. Data la portata del dramma, più introspettivo che fatto d’azione, il film risulta prolisso. Pupi Avati non si assicura la piena attenzione dello spettatore.



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