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La montagna sacra

10/02/2015 11:00

Mattia Caruso

Recensione Film,

La montagna sacra

Sarebbe facile, a suo modo logico, ingabbiare l'esigua ma densissima produzione cinematografica di Alejandro Jodorowsky negli stretti (ma rassicuranti) confini

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Sarebbe facile, a suo modo logico, ingabbiare l'esigua ma densissima produzione cinematografica di Alejandro Jodorowsky negli stretti (ma rassicuranti) confini dell'allucinazione, di un delirante viaggio lisergico fine a sé stesso. Sarebbe semplice, a maggior ragione, fare de La montagna sacra l'apice stesso di questa operazione, la summa visionaria di un immaginario straniante, di un percorso tossico alla stereotipata ricerca di sé. Che il film sia un viaggio di formazione o, meglio, Il viaggio di formazione per eccellenza, è indubbio; ma è quella dimensione acida a venire stravolta e ridimensionata, caricata di un senso ben più profondo, affettivo, quasi magico. Un significato molto meno rassicurante ma ben più coinvolgente.


Da una premessa che ha echi cristologici, seguita da una inventiva iniziazione misterica, prende il via un viaggio alla ricerca di quella vetta, luogo leggendario e inarrivabile custode del segreto della vita eterna. In un trittico che ha il sapore della fiaba iniziatica, dove i toni e le immagini si alterano evolvendosi in un progredire esperienziale che è anche un costante innalzamento, viene messo in scena un cammino spirituale sempre più concreto, dove i simboli di antichi rituali esoterici si fanno mezzi per un ampliamento di coscienza. Per essere superati, infine, da una nuova, più autentica realtà. Tra freaks browninghiani, allegoriche batracomiomachie sulla conquista del nuovo mondo, suggestioni cabalistiche, lezioni mistico-sacrali, Jodorowsky stesso - il mago, l'alchimista - guida i suoi discepoli (personaggi e spettatori, insieme) in un mondo trasfigurato da segni infiniti, dove il simbolo ha l'altisonante fascinazione dell'anatema ed è il cinema stesso a farsi veicolo per il superamento di un'illusione imperante.


Il surrealismo estremo - urlato, a tratti cinico e satirico - della regia di Jodorowsky, con motivi e codici tipici, si affianca a una messa in scena pittorica dove il quadro esplode in complessi mandala visivi e i colori risplendono in tutta la loro irreale forza espressiva. Una successione di affreschi barocchi che ha la suggestione delle immagini sacre e il simbolismo di un rito alchemico. Tarocchi in movimento, resi reali o magici dall'evocativa concretezza del cinema, prendono vita nel viaggio iniziatico per eccellenza, nel caleidoscopico e grottesco cammino verso la consapevolezza, al di là della finzione, in una nuova realtà colma di senso. Nelle immagini evocative, surreali e sovraccaricate all'inverosimile in quel sincretismo simbolico così congeniale al sentire del regista cileno, c'è ben più di un trionfo visivo e onirico, ben più di una insensatezza caotica fine a sé stessa che strizza l'occhio alla controcultura, al sentire new age, al mero trip allucinogeno. In quel percorso mistico di formazione, alla ricerca della vita eterna, della saggezza, della Verità ultima, c'è l'anelito - tutto metacinematografico - di un'opera rivoluzionaria per iniziati. Una pellicola spiritualmente anarcoide, desiderosa - nella sua esaltante presunzione - di ampliare la coscienza stessa del suo pubblico in un indottrinamento gioioso, crudo, vitale, che nell'apparente beffa degli ultimi fotogrammi nasconde il sentire più autentico e sincero di un'arte che davvero sa farsi vita.


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