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Unbroken

11/02/2015 11:00

Mattia Caruso

Recensione Film,

Unbroken

Da giovane immigrato ribelle a promettente atleta olimpico; da soldato dell'Aviazione a prigioniero di guerra dei giapponesi, passando per un naufragio lungo qu

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Da giovane immigrato ribelle a promettente atleta olimpico; da soldato dell'Aviazione a prigioniero di guerra dei giapponesi, passando per un naufragio lungo quarantasette giorni nel bel mezzo del Pacifico. Hanno i tratti di un'odissea inverosimile i frammenti della vita turbolenta del giovane italoamericano Louis Zamperini (Jack O'Connell), protagonista assoluto di Unbroken, storia vera di forza, coraggio e fede sullo sfondo della Seconda Guerra Mondiale. Ultima fatica dietro la macchina da presa di Angelina Jolie.


Dopo la tormentata storia d'amore nella ex Jugoslavia di Nella terra del sangue e del miele, la Jolie torna a narrare di individui singoli e del loro combattivo rapporto con la Storia e con un mondo più grande sempre pronto a piegarli e a sopraffarli. Lo fa con un film esasperatamente eccessivo che innalza a esempio morale la vita di un uomo tutto d'un pezzo, un eroe integro e senza macchia alle prese con un'esistenza eccezionale, tragica, ai limiti dell'assurdo. É arduo tenere le fila di una vicenda tanto caotica, densa, improbabile. Ancora più difficile è renderla plausibile, commovente, drammatica. Tra goffi tentativi di sopravvivenza su una zattera alla deriva, nelle vessazioni quotidiane di un sadico sergente in un campo di prigionia dall'altra parte del mondo, nel tenace desiderio di non crollare, di non cedere mai terreno a quel Male cieco e ingiusto, la Jolie si districa dignitosamente senza riuscire, però, a centrare davvero l'obiettivo.


Nonostante l'apporto alla sceneggiatura dei fratelli Coen (insieme a quello del loro direttore della fotografia, Roger Deakins) la regista incespica su una messa in scena che nell'accumulo esasperato rischia di non trovare nient'altro che una confusa esaltazione sadomasochistica della vita. Un dramma popolare dai tratti più grotteschi che commoventi, dove l'empatia si sgretola per far posto a una sorta di agiografia dai toni vagamente patriottici, che esclude qualsiasi alterità o crescita morale, nella perfezione originaria di un individuo esemplare. Unbroken non è un viaggio di formazione nè l'emblema di un arricchimento esperienziale; è semmai l'esaltazione unidirezionale di uno spirito tenace – un eroe popolare dai tratti nitidi e dallo scarso spessore – che rifugge ogni altro punto di vista, ogni altra interpretazione nella più totale assenza di ambiguità, nella cocciuta convinzione di sapere sempre qual è il confine tra bene e male. É questa mancanza di profondità, questa assenza di sfumature di sorta a fare di Unbroken solo l'ennesimo godibile prodotto hollywoodiano. Un esile miraggio di quell'autorialità cui evidentemente pare aspirare.



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