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Wild

22/03/2015 12:00

Mattia Caruso

Recensione Film,

Wild

Il viaggio è sempre stato uno dei motivi archetipici della cultura americana, con il mito della frontiera, le storie on the road, la sua ritualità iniziatica a

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Il viaggio è sempre stato uno dei motivi archetipici della cultura americana, con il mito della frontiera, le storie on the road, la sua ritualità iniziatica a farne autentica dimensione di senso. Non sorprende allora che l'avventura di Cheryl Strayed attraverso l'estenuante Pacific Crest Trail sia diventata un'autobiografia di successo, né che da questa ne sia stato tratto un film sceneggiato da Nick Hornby e diretto da uno dei registi più quotati del momento, il canadese Jean-Marc Vallée.


Wild, operazione fortemente voluta da Reese Witherspoon nella doppia veste di produttrice e protagonista, ha il prevedibile fascino della rinascita spirituale attraverso una natura incontaminata e asprissima dove, dal Messico al Canada, tra rimpianti, lutti e sofferenze, l'attrice premio Oscar – scarponi da trekking ai piedi e zaino (enorme) sulle spalle – si perde in un viaggio liminale che ha le tinte salvifiche della rivalsa. Dopo il successo di Dallas Buyers Club, Vallée torna alla ricostruzione storica e biografica, a un percorso di consapevolezza e crescita morale: Wild è una storia in cui morte e rinascita divengono gli estremi della più classica parabola di salvezza e il viaggio una dimensione speculare di alleggerimento dell'anima. Saturando fino all'eccesso la dimensione interiore e frammentando la linearità narrativa in piccoli flashback di indubbia suggestione (l'evocatività onirica della madre Laura Dern; la musica come colonna sonora dell'inconscio) disseminati lungo un viaggio che perde la sua concretezza in favore dell'introspezione, è la dimensione contemplativa della natura – la stessa natura che ha fatto grande l'epopea del viaggio americano – a mancare paradossalmente di senso, a svuotarsi di un qualsiasi ruolo drammaturgico, relegata a semplice scenario fascinoso, a fondale di una storia che non le appartiene. Wild diviene allora un film antropocentrico dove quello che conta non è più un paesaggio come luogo dell'anima, non più quell'essenza viva, splendida e mortale con cui si confrontava e in cui si perdeva il Chris McCandless di Into the Wild, ma una dimensione interiore; uno spazio trasfigurato dalla proiezione di una psiche schiava del passato, con tutti i difetti, gli scompensi e le prevedibilità del caso.


Jean-Marc Vallée si conferma regista ideale per un sistema hollywoodiano che vuole osare e sfiorare il disagio attraverso storie problematiche, pur restando fortemente classico. Con una tecnica che si esplicita nell'inventività di soluzioni innovative, il regista canadese si nasconde dietro un'apparente prova di forza autoriale edulcorandola di qualsiasi vera potenza espressiva, in un'operazione di facciata volta ad assicurare la giusta dose di sorrisi, lacrime e gratificazione. Il riscatto della Witherspoon – complice la sceneggiatura – diviene allora quanto di più retorico e sentimentale ci si potesse aspettare, coronando un'emancipazione incapace di farsi reale catarsi, vero riscatto da un mondo che dell'autenticità pare non sapere che farsene, una vuota celebrazione della forza di volontà che tiene il reale a distanza, come un fondale dipinto.


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