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Cold in July

27/03/2015 11:00

Mattia Caruso

Recensione Film,

Cold in July

Come un movimento di macchina che si allontana da un quadro, palesandone la parzialità, svelandone le cornici rassicuranti che lo racchiudono ed entrando in una

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Come un movimento di macchina che si allontana da un quadro, palesandone la parzialità, svelandone le cornici rassicuranti che lo racchiudono ed entrando in una realtà più ampia poco prima che si consumi un omicidio (il primo di una lunga serie), così opera l'immaginario deflagrante, bizzarro e assurdo di Joe Lansdale. A essere trasposto sullo schermo è il suo anomalo thriller Cold in July per la regia di Jim Mickle. É un mondo fatto di confini il Texas di fine anni Ottanta uscito dalla penna dello scrittore statunitense e messo in scena con sorprendente talento pop da Mickle; un mondo che al di là della sicurezza reazionaria della sua cornice borghese diviene universo cinico e grottesco, irreale e violento. Sono i confini della pacifica vita da middle class, allora, a sgretolarsi di fronte all'uccisione accidentale di un ladro entrato di soppiatto nella tranquillità domestica di Richard Dane, corniciaio (guarda caso) e padre di famiglia interpretato da un perfetto Michael C. Hall. Una scintilla che – tra padri galeotti, investigatori bizzarri e una polizia più sospetta dei sospettati – fa precipitare repentinamente gli eventi, traghettando un dramma ordinario nelle regioni folli di un thriller anomalo e scostante, imprevedibile e ai limiti dell'assurdo.


Mickle, regista indie con un paio di horror alle spalle, gioca con generi, tempi dell'azione, svolte narrative (impensabili e stranianti) e con personaggi fuori dall'ordinario - enormi, insieme ad Hall, Sam Shepard e Don Johnson - usciti dal nulla a cambiare le sorti di un racconto estremamente poliedrico e capace di catturare l'attenzione fino alla fine. Spaziando senza soluzione di continuità dal thriller allo splatter, dal western al noir, mantenendo una vena sottile, nerissima e perfetta di comicità, il regista confeziona un omaggio agli anni Ottanta (dalle atmosfere da b-movie, alla colonna sonora carpenteriana, passando per vhs e rigurgiti reaganiani) di un'assoluta originalità espressiva. Un oggetto strano, spiazzante e coinvolgente che si nutre dell'ambiguità omicida e animalesca nascosta dietro al quieto vivere sfavillante dell'american way of life. Ne viene fuori un Texas che è teatro dell'assurdo, commedia (umana) nera dove la violenza esplode senza preavviso oltre la confortevole apparenza di una civiltà cannibale in cui i mostri sono sempre in agguato, non così dissimili dai vampiri che assediavano l'umanità boccheggiante di Stake Land. Come il suo titolo, Cold in July è il regno degli opposti, dei contrasti di corpi, di menti, di emozioni. Un insieme di sentire differenti che esplode in un affresco pulp trasfigurato, dove è l'ambiguità strisciante di una realtà che non è mai ciò che sembra a delimitare confini, a stringere alleanze, a far esplodere l'azione. Il bene e il male si confondono in una lotta dalle tinte forti e dalle luci irreali, dove la dicotomia bianco/nero è bandita inesorabilmente e la storia, nella sua perfetta circolarità, ha il gusto amaro di un beffardo racconto di formazione.



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